Cena in famiglia alle otto di sera, praticamente una merenda per me. Ho lavorato e a malapena avevo avuto tempo per breve restauro e auguri di persona ai miei. Morale: alla cena sono arrivata tardi, hanno iniziato presto ed erano ormai al dolce. A dire il vero ero stata indecisa se uscire, temevo non sarei riuscita a reggere, dal parrucchiere sbadigliavo, sbadigliavo, ma tra amici ti preoccupi meno, e poi sarà questa voglia di calduccio di famiglia che ho da un pò, io che la famiglia quasi non l'ho avuta e questa vita non l'ho fatta mai.
Il meglio era l'aria di mia nipote e della sua amica, 14 anni, alla loro prima festa "da grandi"; le loro voci, i risolini eccitati mentre stavano chiuse in bagno a prepararsi, accompagnarle alla festa, e aspettare l'ora per andare a riprenderle, leggere tutta la sera la loro telecronaca della festa via sms.
Noi "grandi" siamo andati al cinema, e già questo è insolito, almeno per me. A parte noi, il resto erano pensionati coraggiosi; si, per l'aver sfidato l'acqua torrenziale che non ha cessato per un attimo e imperversa tuttora. Il film l'ha scelto E, non lo conoscevo e non ho approfondito, ma arrivati al cinema, leggendo Lasse Hallstrom, ecco, ho pensato, vedrai che mi addormento. E invece no, il film mi è piaciuto! Certo è un pò slow, ma l'ambientazione e la fotografia sono belle, e il protagonista, che dire. Un meraviglioso akita che ti conquista sin dai primi fotogrammi, per la sua bellezza e la sua bravura. Non racconto altro perchè non voglio rovinare il film a chi deciderà di andarlo a vedere, dirò solo che è una bellissima storia di "fedeltà", amore, unione. E scusate, niente a che vedere con le classiche storie di Lassie, RinTinTin, Rex, ecc. Gli occhi di "Hachiko" sono umani. Ho pianto incessantemente l'ultima mezz'ora del film, all'inizio, raccogliendo ogni lacrima "col ditino", cercando di salvarmi il trucco, molto stile bon-ton, poi lasciando che scendessero copiose. Era dai tempi di ET che non piangevo così tanto al cinema, ma so che è per via di quella parte di me. Si, insomma,la mia parte "cane" che cerco di scalciare via (assieme alla parte "gatto" che invece tento di recuperare).
Attraversato il centro storico sotto l'acqua a catinelle, circondati da pazzi scalmanati che facevano scoppiare botti a più non posso, io che inveivo, e gli altri a burlarsi di me, (che ci posso fare se i botti mi fanno paura), stretti dentro i portoni a guardare i fuochi d'artificio, ci siamo infine fermati in un locale vicino casa mia. Spumante e dolcetti, è bastato un bicchiere,e mi è partita, come dico io, la "cretinite". Quella che ridi per qualsiasi cosa, basta anche solo una parola, ti senti la bocca da orecchio a orecchio e gli occhi che sperluccicano, e dentro un cosa lieve lieve. Poi di nuovo fuori, raccolte le "bambine" e ricondotte al nido, saluto e torno a casa, solita corsa trafelata notturna dal parcheggio a casa.
Ora ho la mente a "più vie", parte ai ricordi della serata, in sottofondo pensieri, retrogusto di sorpresa, per queste emozioni altalenanti che stasera mi attraversano; apro il blog, clicco su un nome che mi attrae, tento di leggere, concentrarmi su di un unico punto, inutilmente. Mi sento come il delta di un fiume, o un deltaplano lanciato...e da lontano una musica transita in mezzo a tutto questo. Fuori dal mio controllo tutto si mescola, metto a fuoco: la musica esce dal blog che ho aperto, è partita in sordina senza che mi accorgessi, poi è esplosa, e mi ha triovata così, a braccia aperte, mi ha invaso senza che potessi fermarla. Ora è dentro me, non posso spegnere. Domani, come accade spesso, rileggerò questo post e penserò che è stupido, a quanto infantile sia questa mia parte emotiva, ma ora la musica mi attraversa e non posso non abbandonarmi. C'è qualcosa di lirico in questo momento, di assoluto e perfetto, che domani mi parrà sconclusionato e sciocco ma che ora è così.
http://www.youtube.com/watch?v=ubTveCihjoQ&feature=player_embedded
Rinascere ha un sapore speciale...profuma di fresco e di mattino...ha il colore biancoargento della bruma...e la sensazione di avere ancora tempo a disposizione perchè il giorno è appena cominciato. (Blog in ristrutturazione).
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venerdì 1 gennaio 2010
Telecronaca noiosa
venerdì 25 dicembre 2009
Sono una persona felice
ore 20:05 nel piazzale del supermercato Esselunga di Prato Nord
Io, unica ultima solita ritardataria nel parcheggio, aggrovigliata di ombrello, borsa, chiavi, nascosta da cappotto, scialle, guanti e chissà cos'altro, sotto la pioggia torrenziale a fatica apro la bauliera della mia auto per caricare l'unica sporta della spesa,
Si avvicina un "negrino", come lo chiamo io, un ragazzo di colore giovane, dal sorriso gentile, che non si vergogna a chiedere, ma lo fa col sorriso.
E' tutto scuro sotto un piccolo ombrello mezzo rotto, lui coperto da un giubbino che non solo non ripara dal freddo ma neppure dall'umido. Ho visto che lui ed altri si alternano, "raccattano" gli euri dei carrelli, e io il carrello non lo uso, quindi difficile che mi chiedano.
Però deve essersi avvicinato altre volte, anche in settimana mi pare, e ho risposto che non avevo monete. Non era una bugia, faccio parte di quelle persone che si riducono a volte senza neppure un euro nel portafoglio, un pò per disorganizzazione, ma soprattutto per via di brutte esperienze passate. Comunque mi era rimasta una specie di virgola nella pancia.
"Signora, mi dai qualcosa" - mi dice stasera.
"Non li ho" - rispondo.
Non è vero, stasera pochi ma li ho, solo non monete. E ho troppa paura di restare senza soldi per dare banconote.
"Tesoro, mi dispiace ma non sono ricca." rispondo senza guardarlo.
E anche questo è vero. So che pochi lo immaginerebbero, pochi hanno un'idea della mia vera situazione. Non faccio sfarzi, conduco una vita normale di persona assolutamente comune, ma la verità è che sto molto peggio, nessuno può immaginare i debiti, la mancanza di soldi, e la paura di perdere la dignità, restare senza lavoro, senza l'unica possibilità di far fronte alle rate. A volte mi sveglio la notte con la paura dentro, paura che accada qualcosa che non mi permetta di far fronte al piano serrato concordato con la banca per molti anni ancora.
"Ma è Natale" risponde lui con un tono un pò da bambino, mentre io chiudo lo sportello e mi avvio per salire in auto. E' così fastidiosa la virgola nella pancia. Istintivamente faccio due passi indietro, riapro la bauliera e allungo una mano frugando dentro ad un sacchetto; tiro fuori un pacco da 350 grammi di krisprolls integrali, non quelli originali naturalmente, quelli "taroccati" a marca del supermercato, secondo strategie per una spesa più conscienziosa.
Chiudo lo sportello e dico prima ancora di voltarmi "Se non ti offendi...."
E lì accade qualcosa....
E' stato un attimo, perchè lui aveva capito prima ancora che parlassi, e si era lanciato verso di me, un sorriso fino agli orecchi e gli occhi che luccicavano nel buio.
"No, no, mi piacciono!" ha detto prendendo il sacchetto dalle mie mani e sorridendo.
Non avevo mai dato da mangiare a un affamato. Non è una litania, è stato veramente così. Ho offerto carezze, sorrisi, conforto a persone che stavano male, e ho letto gratitudine nei loro occhi, ma mai, mai, mi era capitato di dar da mangiare a un affamato. E' qualcosa che non c'entra con Cristo, e la religione, la chiesa e il Natale.
Non so descrivervi cosa ho visto ma non dimenticherò mai i suoi occhi nel momento che ha capito gli stavo offrendo da mangiare.
Mentre si allontanava per stare da solo ho percepito la sua eccitazione nel cercare di strappare il sacchetto che non si apriva; era come una bolla, un'aura che lo circondava.
Il parcheggio veniva chiuso per la notte e lui, uscendo sotto l'ombrello rotto e la pioggia torrenziale, continuando a tentare di strappare il sacchetto, faceva grandi cenni di ringraziamento e saluto verso me, sempre con quel sorriso enorme.
"Buon Natale, buon Natale" continuava ad urlarmi.
So che può sembrare assurdo ma questi sono i momenti in cui vedo Dio. Perchè lui non ti parla come fa un tuo amico, Dio ti fa accadere le cose attorno, sta a te poi vedere.
Sono andata dai miei e sono rimasta lì un'oretta, stanca della giornata, sudata e desiderosa di una doccia, ma felice, oh così felice.
Nella mia auto c'è una cartella col portatile del lavoro e un pacco di documenti alto 6 centimetri. Sono molte ore di lavoro, documenti che probabilmente dovrò valutare domani sera, e sabato, e domenica, ma non importa. La mia spesa è piccola ma non importa. Ho una bottiglia di vino che mi sto gustando mentre scrivo, e il tavolo ricoperto di libri e bella biancheria da regalare ai miei amici. Si, ho "sprecato" ben 300 Euri per comperare tanti piccoli, davvero piccoli, regali per tutti i miei familiari ed amici cari. Avevo detto quest'anno di non fare regali ma pareva un Natale così triste, un Natale senza quel senso di famiglia, di coesione, che mi manca tanto e che trovo invece nel gesto di scambiarsi piccoli doni; quel senso di amore e condivisione che è così bello da sentire, e fa caldo al cuore.
Mi sento una regina. Rivedo ancora quegli occhi nel buio della notte sotto la pioggia.
Magari domani tornerò a lamentarmi ma stasera sono proprio felice, fortunata e molto felice.
Io, unica ultima solita ritardataria nel parcheggio, aggrovigliata di ombrello, borsa, chiavi, nascosta da cappotto, scialle, guanti e chissà cos'altro, sotto la pioggia torrenziale a fatica apro la bauliera della mia auto per caricare l'unica sporta della spesa,
Si avvicina un "negrino", come lo chiamo io, un ragazzo di colore giovane, dal sorriso gentile, che non si vergogna a chiedere, ma lo fa col sorriso.
E' tutto scuro sotto un piccolo ombrello mezzo rotto, lui coperto da un giubbino che non solo non ripara dal freddo ma neppure dall'umido. Ho visto che lui ed altri si alternano, "raccattano" gli euri dei carrelli, e io il carrello non lo uso, quindi difficile che mi chiedano.
Però deve essersi avvicinato altre volte, anche in settimana mi pare, e ho risposto che non avevo monete. Non era una bugia, faccio parte di quelle persone che si riducono a volte senza neppure un euro nel portafoglio, un pò per disorganizzazione, ma soprattutto per via di brutte esperienze passate. Comunque mi era rimasta una specie di virgola nella pancia.
"Signora, mi dai qualcosa" - mi dice stasera.
"Non li ho" - rispondo.
Non è vero, stasera pochi ma li ho, solo non monete. E ho troppa paura di restare senza soldi per dare banconote.
"Tesoro, mi dispiace ma non sono ricca." rispondo senza guardarlo.
E anche questo è vero. So che pochi lo immaginerebbero, pochi hanno un'idea della mia vera situazione. Non faccio sfarzi, conduco una vita normale di persona assolutamente comune, ma la verità è che sto molto peggio, nessuno può immaginare i debiti, la mancanza di soldi, e la paura di perdere la dignità, restare senza lavoro, senza l'unica possibilità di far fronte alle rate. A volte mi sveglio la notte con la paura dentro, paura che accada qualcosa che non mi permetta di far fronte al piano serrato concordato con la banca per molti anni ancora.
"Ma è Natale" risponde lui con un tono un pò da bambino, mentre io chiudo lo sportello e mi avvio per salire in auto. E' così fastidiosa la virgola nella pancia. Istintivamente faccio due passi indietro, riapro la bauliera e allungo una mano frugando dentro ad un sacchetto; tiro fuori un pacco da 350 grammi di krisprolls integrali, non quelli originali naturalmente, quelli "taroccati" a marca del supermercato, secondo strategie per una spesa più conscienziosa.
Chiudo lo sportello e dico prima ancora di voltarmi "Se non ti offendi...."
E lì accade qualcosa....
E' stato un attimo, perchè lui aveva capito prima ancora che parlassi, e si era lanciato verso di me, un sorriso fino agli orecchi e gli occhi che luccicavano nel buio.
"No, no, mi piacciono!" ha detto prendendo il sacchetto dalle mie mani e sorridendo.
Non avevo mai dato da mangiare a un affamato. Non è una litania, è stato veramente così. Ho offerto carezze, sorrisi, conforto a persone che stavano male, e ho letto gratitudine nei loro occhi, ma mai, mai, mi era capitato di dar da mangiare a un affamato. E' qualcosa che non c'entra con Cristo, e la religione, la chiesa e il Natale.
Non so descrivervi cosa ho visto ma non dimenticherò mai i suoi occhi nel momento che ha capito gli stavo offrendo da mangiare.
Mentre si allontanava per stare da solo ho percepito la sua eccitazione nel cercare di strappare il sacchetto che non si apriva; era come una bolla, un'aura che lo circondava.
Il parcheggio veniva chiuso per la notte e lui, uscendo sotto l'ombrello rotto e la pioggia torrenziale, continuando a tentare di strappare il sacchetto, faceva grandi cenni di ringraziamento e saluto verso me, sempre con quel sorriso enorme.
"Buon Natale, buon Natale" continuava ad urlarmi.
So che può sembrare assurdo ma questi sono i momenti in cui vedo Dio. Perchè lui non ti parla come fa un tuo amico, Dio ti fa accadere le cose attorno, sta a te poi vedere.
Sono andata dai miei e sono rimasta lì un'oretta, stanca della giornata, sudata e desiderosa di una doccia, ma felice, oh così felice.
Nella mia auto c'è una cartella col portatile del lavoro e un pacco di documenti alto 6 centimetri. Sono molte ore di lavoro, documenti che probabilmente dovrò valutare domani sera, e sabato, e domenica, ma non importa. La mia spesa è piccola ma non importa. Ho una bottiglia di vino che mi sto gustando mentre scrivo, e il tavolo ricoperto di libri e bella biancheria da regalare ai miei amici. Si, ho "sprecato" ben 300 Euri per comperare tanti piccoli, davvero piccoli, regali per tutti i miei familiari ed amici cari. Avevo detto quest'anno di non fare regali ma pareva un Natale così triste, un Natale senza quel senso di famiglia, di coesione, che mi manca tanto e che trovo invece nel gesto di scambiarsi piccoli doni; quel senso di amore e condivisione che è così bello da sentire, e fa caldo al cuore.
Mi sento una regina. Rivedo ancora quegli occhi nel buio della notte sotto la pioggia.
Magari domani tornerò a lamentarmi ma stasera sono proprio felice, fortunata e molto felice.
domenica 20 dicembre 2009
La neve
La neve è arrivata. Quando accade resti sempre sorpreso tanto appare irreale. L’aria si riempie di puntini che sembra non cadere ma solo fluttuare. Poi tutto si ricopre di un mantello bianco e perfetto, e allora capisci che è vero.
La mattina si era presentata come una giornata limpida e piena di sole, di quelle sporadiche in inverno, col cielo terso, il freddo tagliente, e una luce che fa sbattere gli occhi. Era un peccato rinchiudersi, avevo pensato mentre andavo in ufficio. Avrei desiderato, che so, farmi 10 chilometri a piedi, come accadeva ai tempi di New York, quando andavo su è giù per le “avenues” col trolley carico, eccitata dal sole. Qualche ora più tardi mi ero voltata verso la finestra, e avevo visto che il cielo era diventato plumbeo. “Sembra di stare in montagna”, avevo detto alla mia collega.
Io odio la montagna. Mi ricorda le stagioni della casa in affitto, col mio fidanzato, del compromesso per sopravvivere ai weekend di coppia, per evitare quel “allora cosa si fa”.
La mattina si era presentata come una giornata limpida e piena di sole, di quelle sporadiche in inverno, col cielo terso, il freddo tagliente, e una luce che fa sbattere gli occhi. Era un peccato rinchiudersi, avevo pensato mentre andavo in ufficio. Avrei desiderato, che so, farmi 10 chilometri a piedi, come accadeva ai tempi di New York, quando andavo su è giù per le “avenues” col trolley carico, eccitata dal sole. Qualche ora più tardi mi ero voltata verso la finestra, e avevo visto che il cielo era diventato plumbeo. “Sembra di stare in montagna”, avevo detto alla mia collega.
Io odio la montagna. Mi ricorda le stagioni della casa in affitto, col mio fidanzato, del compromesso per sopravvivere ai weekend di coppia, per evitare quel “allora cosa si fa”.
Noi la prendevamo al Cimone. Sestola piace anche a me che non scio, poi la gente è cordiale e tutto appare meno tetro. L’unico periodo della mia vita in cui ho cucinato, lunghe maestose cene organizzate al sabato sera, coi pomeriggi trascorsi alla ricerca del menù perfetto, e la casa riempita di gente, scarponi, chiacchiere e allegria. Ciò nonostante non l’ho mai amata. L’ho subita. Per amore, necessità, ragionamento logico. Niente a che vedere col mare. Lì sto bene, mi dà gioia anche quando è triste, anzi, nella malinconia più acuta mi è affine. Io che lo temo, non so nuotare, mi schifo della sabbia appiccicosa, il mare lo adoro in tutte le sue salse: punta massima d'inverno, dopo la pioggia, quando non c’è nessuno e l’aria profuma di freddo e sale. C’è qualcosa d’impetuoso e sconosciuto nel mare, anche quando è calmo, una forza che percepisco e diventa mia. Il mare, non quello addomesticato, fatto di corpi sovraesposti, ciabatte alla moda e completini colorati. No, quello vero, selvatico.
La montagna è morte istantanea, forse per questo ho ignorato la finestra sistematicamente, quasi con intenzione, fino alle otto di sera. Fino a quando, aspettando che S. richiamasse da New York, giostrando sulla poltrona, non mi è apparso un chiarore oltre la porta finestra; la mia auto parcheggiata sotto gli alberi coperta da un mantello, alto di neve indelebile, e i prati, le aiuole della stazione, il piazzale sotto, tutto sommerso, immacolato e bianco.
Le luci delle auto proseguono a passo d’uomo sulla strada, di tanto in tanto accendono il bianco sulla mia auto, inerte sotto i grandi tigli spogli e carichi di neve. Tutto è così irreale.
Chiama mia madre, come stai, vieni a casa.
Chiama mio padre, dal suo telefono nella stanza accanto a mia madre, vieni via, la neve è dappertutto.
Dai babbo, mica siamo sull’Appennino, sono in città, che vuoi che sia un po’ di neve, fammi andare che S. deve chiamare.
Sono rassegnata ma vorrei essere a casa, questa neve fa un effetto strano, accentua l’assurdità. Di me, di questo venerdì sera, della vita che non è ancora finita, del lavoro come una catena. Come vorrei, ora, quell’unica persona, che sa vedere, capire, leggere in questa confusione e mirare dritto al punto.
Cazzo, sempre questi sogni. La neve continua a cadere e io aspetto. La prossima telefonata, altre istruzioni, indicazioni. Ma come fai a sopportarlo. Mai il 100% di attenzione, c’è sempre un’altra chiamata, una nuova emergenza, tu che passi in secondo piano, anche se sono le nove di sera, anche se è venerdì e dovresti essere altrove. Ma c’è questo senso di pena che percepisci e non sai ignorare, di come le cose vanno male e in fondo sei coinvolta, e lui è despota ma debole. Non riesci a non odiarlo per il male che ti ha fatto in questi 5 anni, ma d’altronde che alternativa c’è, nessuna. Sei sulla barca, e il senso di pena è dove ti frega sempre, dove tu cedi e lui no. Così aspetti l’ennesima chiamata, ed esci dall’ufficio finalmente, nel silenzio della notte bianca, con le auto che passano piano, come in un video senza audio.
Torni a casa incerta sul ghiaccio, a passo d’uomo, ma più di tutto ti sorprende quella sensazione, irreale come quando una voce ti parla dentro. La neve rende tutto più lento, come a riprendere il ritmo. E anche a piedi non incontri un’anima. Il guardiano del parcheggio è murato nel gabbiotto, attraversi il centro storico nel silenzio, con la neve che ti cade addosso, e ti rifugi in casa pensando, tra e-mail, musica, vino e tanto stordimento.
Dei ragazzi schiamazzano facendo a pallate, surreale in piazza del Duomo; li spii dalla finestra e poi trascorri la notte alzata, e sogni, no, t’interroghi, “cosa mi porterà domani”.
La neve è arrivata in silenzio e ha rallentato tutto. Pare un segnale.
Le luci delle auto proseguono a passo d’uomo sulla strada, di tanto in tanto accendono il bianco sulla mia auto, inerte sotto i grandi tigli spogli e carichi di neve. Tutto è così irreale.
Chiama mia madre, come stai, vieni a casa.
Chiama mio padre, dal suo telefono nella stanza accanto a mia madre, vieni via, la neve è dappertutto.
Dai babbo, mica siamo sull’Appennino, sono in città, che vuoi che sia un po’ di neve, fammi andare che S. deve chiamare.
Sono rassegnata ma vorrei essere a casa, questa neve fa un effetto strano, accentua l’assurdità. Di me, di questo venerdì sera, della vita che non è ancora finita, del lavoro come una catena. Come vorrei, ora, quell’unica persona, che sa vedere, capire, leggere in questa confusione e mirare dritto al punto.
Cazzo, sempre questi sogni. La neve continua a cadere e io aspetto. La prossima telefonata, altre istruzioni, indicazioni. Ma come fai a sopportarlo. Mai il 100% di attenzione, c’è sempre un’altra chiamata, una nuova emergenza, tu che passi in secondo piano, anche se sono le nove di sera, anche se è venerdì e dovresti essere altrove. Ma c’è questo senso di pena che percepisci e non sai ignorare, di come le cose vanno male e in fondo sei coinvolta, e lui è despota ma debole. Non riesci a non odiarlo per il male che ti ha fatto in questi 5 anni, ma d’altronde che alternativa c’è, nessuna. Sei sulla barca, e il senso di pena è dove ti frega sempre, dove tu cedi e lui no. Così aspetti l’ennesima chiamata, ed esci dall’ufficio finalmente, nel silenzio della notte bianca, con le auto che passano piano, come in un video senza audio.
Torni a casa incerta sul ghiaccio, a passo d’uomo, ma più di tutto ti sorprende quella sensazione, irreale come quando una voce ti parla dentro. La neve rende tutto più lento, come a riprendere il ritmo. E anche a piedi non incontri un’anima. Il guardiano del parcheggio è murato nel gabbiotto, attraversi il centro storico nel silenzio, con la neve che ti cade addosso, e ti rifugi in casa pensando, tra e-mail, musica, vino e tanto stordimento.
Dei ragazzi schiamazzano facendo a pallate, surreale in piazza del Duomo; li spii dalla finestra e poi trascorri la notte alzata, e sogni, no, t’interroghi, “cosa mi porterà domani”.
La neve è arrivata in silenzio e ha rallentato tutto. Pare un segnale.
sabato 5 dicembre 2009
Santa Barbara Benedetta
Che in fondo è questa stanchezza della vita ciò che mi dà più pena.
Questa tristezza che ingrigisce ogni giorno come una ragnatela, e mi fa sentire come se avessi cent’anni.
Certo è che faccio una vitaccia. Al lavoro da mattino a notte fonda, a cento all’ora, senza soste, col cibo ingozzato sul computer, col panico di quello che non riesci a fare, dell’errore latente perché quando sei sotto pressione facile che fai anche qualche cazzata, della vita personale completamente ignorata al punto che sai che tra qualche anno spunterà, che so, una cartella della tasse, un qualche impianto che non hai revisionato, un dettaglio che, completamente assente, hai glissato in quel tuo menage familiare di single a oltranza, a rappresentare anche fisicamente la tua completa assenza dal privato.
E su tutto la gabbia. La consapevolezza di farlo solo per arrivare a fine mese, per i debiti da pagare, la crisi che non dà tregua e non dà alternative ad una donna di 47 anni, anche se con esperienza da offrire, chi se ne frega. In Italia non esiste professionalità, l’esperienza, specie femminile, non vale niente, sei solo roba vecchia che costa. La gabbia di subire un lavoro disumano, dove conta solo l’azienda e il risparmio aziendale, e di te resta una palla di rabbia, un fascio di nervi odiato e criticato perché non sorride più, non scherza più, li odia tutti e li mette in discussione, loro poveri ometti meschini. Che ti criticano, che non va mai bene nulla, che qui non si compensa l’effort ma la performance, che ti circondano di incompetenti ma la colpa è sempre tua, tua che hai “un sacco di persone che fanno le cose per te”.
“Sei come tua madre, l’eterna scontenta”, diceva mia nonna.
Certo, il mantra me lo ripeto continuamente. Come sono fortunata, ho un lavoro, pago l’affitto, le bollette, il prestito. Non resta altro. Punto.
E’ venerdi, sono tornata a casa alle 22 dall’ufficio, un’altr’ora e mezza di e-mails a casa e poi finalmente mi dedico alla cena. Insalata, stracchino, un bicchiere di morellino. Sarà quello che mi fa ribollire così.
O forse è il film che finalmente vedo a mezzanotte. E’venerdi e Mamma Mia. E allora in quel musical spensierato (Mamma mia quant’è brava Meryl Streep, non c’è verso, è brava e basta), al blu blu e bianco bianco bianco di quell’isola greca, a quella luce meravigliosa, mi sono ricordata di Mykonos, dei mie 23 anni, di come ero spensierata e leggiadra.
Non felice ma un’altra.
Mi sono ricordata (di più, evocata, riemersa) di quella mia essenza che non è morta lo so, ma è sommersa sotto strati e strati e strati di esigenze, e necessità, e doveri, e chissà come si fa a ritrovarla. E una nostalgia profonda si è fatta strada e ora mi avvolge con lunghe lunghissime spire e stringe, stringe, e ho la strana sensazione come di aver davvero bevuto, in quel tipico fluttuare tra “brillità” e normalità. Questi sono i momenti più difficili, quelli che so, che ci sono dentro io che busso per uscire, da questa corazza di fumo confuso.
“I have a dream “ canta la canzone.
I have a dream, I have a dream, I have a dream.
Dov’è finito quel sogno, quel sogno che mi fa fare cose sciocche, come mandare indietro le lancette fino a restare all’infinito nel 4 dicembre, come se fosse la mia festa per sempre, fossi per sempre il centro dell’universo, più facile da raggiungere, più semplice da recuperare. Sos, venite a salvarmi. Ho 47 anni. E chi se ne frega. Ho 47 anni. E allora. Sono adulta. Ma chi lo dice.
Ma vedi. Ci sono momenti, microattimi, in cui non ce la fai a scappare, ti trovi davanti a uno specchio e guardi, e poi quell’immagine t’insegue e persegue. Così io sfuggo ciò che sono diventata, che non curo tanto odio. E sfuggo il mio sogno ma talvolta lo ricordo. E qui posso finalmente ammetterlo. Qui, dove nessuno mi conosce e nessuno mi vede. Sognavo che l’altro me incontrato fosse appunto come me, responsabile e un po’ severo di giorno, ma la sera, il venerdì sera ecco, con me e come me chiudesse la porta, e diventasse la pubblicità Martini. Ecco il sogno. Noi, e che importa il resto: è solo 'quello che vediamo noi due. We have a dream, our only dream. Non esiste altro, possiamo essere tutto e dappertutto. In fondo è solo questione di complicità.
Poi arriva il pensiero parallelo, malefico, che mi ricorda i miei vent’anni e di come ridevo delle persone patetiche di mezz’età. Rido meno ora. Perché se ho un merito è di saper vedere la realtà, e so bene quando e quanto divento patetica.
Una mia amica, nei fumi dell’affetto, dice che è un peccato nessuno mi veda nell’intimità, che vanno “sprecate” un sacco di cose. Io penso invece, che in fondo questo è parte del quadro patetico, chi vale qualcosa riesce a farsi apprezzare comunque. Questo mio essere fa parte di quella decadenza, un po’ demodè, un po’ vecchia, insomma, patetica. E penso che nella mia vita c’è un buco. Si, tra giovane e vecchio. Non si capisce bene dove sono finita nel periodo intermedio, non ho fatto niente, non ho sperimentato. Dov’ero? Had I a dream? What was I? C’è un’amnesia ma una luce pazzesca, e un mare blù e un suono di estate nella mia testa, un sogno latente che, credo, resterebbe lì campassi cent’anni. C’è un sentirmi vecchia e bambina, anche a cent’anni. I have a dream.
Sos, venite a salvarmi.
lunedì 23 novembre 2009
Il Re del modellismo
http://www.youtube.com/watch?v=qaFYvqcL6DE&feature=related
Niente accade per caso, sono fatalista. Credo nel disegno io, per questo “subisco” il mio destino aspettando che arrivi anche per me la meritata gioia. Ed è meraviglioso vedere la felicità di mio cugino che ha appena saputo di diventare padre per la prima volta. Una nuova vita contro la perdita di una persona importante e cara. Altro clichè, eppure il mistero della vita e della morte è proprio questo. Tutto finisce ma non c’è fine. Restano le tracce. Resta ciò che ognuno è capace di raccogliere.
Tutto finisce ma non c’è fine. Restano le tracce. Resta ciò che ognuno è capace di raccogliere.
Ci sono momenti belli e momenti brutti nella vita di ognuno di noi. E poco importano i fatti esatti, siamo di passaggio, può accaderci di tutto, o anche niente, l’importante è la capacità di vedere oltre i luoghi comuni, saper assaporare le cose semplici restando fuori dalla banalità. Sembra una definizione un po’ troppo filosofica, lo so, soprattutto per me che amo i sapori un po’ più concreti della mera filosofia, eppure mi è venuto in mente in questi giorni, che ho avuto più tempo del solito per pensare. Il pensiero parallelo è un po’ la mia costante, a volte l’ho creduto una forma di follia, poi mi hanno rassicurato che i pazzi si credono normali, ma provate voi ad avere una specie di voce narrante dentro, la sensazione di vedervi, sdoppiarvi, e mentre prendete parte a qualcosa avere un pensiero che commenta o fa supposizioni, trova didascalie. A volte mi sono vergognata di questo, specie se accadeva in situazioni particolari, che a mio avviso richiedevano la totale dedizione, ora cerco di accettarlo come parte di me. Forse è solo conseguenza del raziocinio che mi impongo, e che non riesce mai completamente a coprire la mia vera natura. Comunque questa settimana il pensiero parallelo ha avuto libero sfogo, mentre più volte facevo avanti e indietro dalla città dove vivo, alla Val d’Orcia, a Grosseto, con il solo accompagnamento di un’emittente radio (di solito non ascolto la sola musica, mi porta troppo via e più di una volta mi sono “risvegliata” da qualche parte inconsapevole della strada percorsa).
Faccio parte di una famiglia di poche persone, che hanno sempre vissuto lontane ma sono affettivamente molto unite. Mio padre, suo fratello e sua sorella, si sono separati giovanissimi. Nonna morì in un bombardamento, mio padre aveva 14 anni, zio 18, zia 20. Credo che quella tragedia li abbia uniti indissolubilmente. In loro, ad ogni incontro, ho sempre visto l’affetto palese, profondo, pur dopo mesi e mesi di lontananza. Ognuno con una vita altrove, ma forte di quel loro legame. Ed è un legame che amo molto, che sento mio, per me che non ho radici se non in quella terra di Siena, dove praticamente non ho vissuto mai, ma dove stranamente riesco a ritrovarmi. Non so spiegare bene, non si tratta di un sentimento edonista perché sono luoghi fashion. Io lì dormo bene, sono meno inquieta, è qualcosa di emotivo ma anche fisico. La mia essenza che si sente a casa. A parte questo non potrei viverci, se non per brevi periodi, è una realtà che mi sta stretta, proprio come un grande albero, che ha bisogno di bucare la terra, allungarsi fuori e crescere, aprendosi sotto il cielo immenso.
Mai come in questa settimana, che è stata intensa, caotica, dolorosa, interminabile, ho capito come in ogni attimo ci sia un po’ di banale, di patetico, e di prezioso. Questa è stata la settimana senza sale, con un po’ di amaro e un pizzico di dolce. E mentre mio zio se ne andava proprio davanti a miei occhi, lasciandoci muti di sorpresa, io pensavo a quella morte che pareva un sonno, che d’improvviso era un mistero come mai mi era sembrata prima.
Mentre cercavo un motivo per accettare l’accaduto ho pensato alla vita. Mentre mi sdoppiavo dal dolore pensavo all’incanto. Le tracce di tutti noi in quello che resta.
Mentre cercavo un motivo per accettare l’accaduto ho pensato alla vita. Mentre mi sdoppiavo dal dolore pensavo all’incanto. Le tracce di tutti noi in quello che resta.
“E’ morto il re del modellismo”, ha intitolato la cronaca della città, un gesto di affetto di coloro che, non familiari, hanno voluto inviargli un saluto, ricordando la sua passione per quel mestiere che si era scelto moltissimi anni prima. “Dimostrava 15 anni meno dei suoi anni... non amava la popolarità”. Era un uomo con i piedi per terra che sapeva amare persone e cose, aggiungo io. I suoi modellini vivevano, usciva 4, anche 5 volte al giorno col suo Balzac, sentiva di far felice il suo cagnone fedele e amava condividere la sua gioia. Poi tornava a casa raccontando che ci aveva messo tanto perché era il cane ad “averlo portato giù giù fino alla questura”. Era una persona seria che sapeva ridere. Non l’ho mai visto mostrare disprezzo, non l’ho mai sentito parlare con amarezza. Nella malinconia dei ricordi il pensiero parallelo mi mostra i luoghi comuni, “coloro che se ne vanno sono sempre i migliori”, e “i ricordi che restano sono spesso belli”, ma la verità è che questi sono solo in parte ricordi miei, per lo più sono tracce raccolte in giro, osservate in persone che testimoniavano il loro affetto.
Mentre il prete officiava, e parlava dell’aldilà, e reagiva al grido di mia zia, che davanti a tutti urlava il suo dolore negando il mistero della fede, per quel suo non accettare il caso, un furgone che cieco di fretta 3 settimane fa passava mentre zio attraversava le strisce con Balzac, in quell'attimo il pensiero parallelo mi diceva che in fondo tutto è comunicazione, anche questo, ed è un peccato che la religione a volte non abbia il linguaggio giusto per parlare a chi è invaso dal dolore. Perdere la fede davanti ad una grande perdita è un clichè, eppure, perché la fede unisce ma la religione divide?
Niente accade per caso, sono fatalista. Credo nel disegno io, per questo “subisco” il mio destino aspettando che arrivi anche per me la meritata gioia. Ed è meraviglioso vedere la felicità di mio cugino che ha appena saputo di diventare padre per la prima volta. Una nuova vita contro la perdita di una persona importante e cara. Altro clichè, eppure il mistero della vita e della morte è proprio questo. Tutto finisce ma non c’è fine. Restano le tracce. Resta ciò che ognuno è capace di raccogliere.
Zio non ha sofferto, c'è un disegno anche in questo, ha dormito tutto il tempo fino al nostro arrivo. E mi sono chiesta quale fosse la ragione per cui non ci ha lasciati subito. Se n’è andato da solo, proprio al momento in cui anche noi eravamo davanti a lui, dopo giorni in cui ci siamo uniti con visite, telefonate, messaggi. Sono stati giorni durissimi e strani per me, trascorsi in auto in mezzo al traffico pesante, o in case lontane a prendermi cura di anziani da consolare, con le sere e le nottate al computer a recuperare le ore di lavoro, senza dormire, piene di caffè. Giorni in cui ho pianto pochissimo, pieni di abbracci, e mani strette, e carezze. Mia cugina mi ha sorpreso chiamandomi cara così tante volte. Lo so, lo sappiamo, ma non siamo solite dircelo.
Oggi ho tentato inutilmente di seguire un film, “Domenica, maledetta domenica”. E’ il genere che di solito piace a me (si, Van Damme non è il mio tipo), con personaggi appena trasgressivi, mediamente inquieti o comunque non convenzionali, storie che mostrano le emozioni dei personaggi. Quelle vere, non come usa in molti film americani, dove per mostrare emozione si fa fare una cantatina a qualcuno. Oggi però il film non lo seguo, manca la sincronia. E’ qualcosa di sottile, malinconico e dolce.
Ho sempre pensato che la vita sia un po’ come una musica, tutto è soggettivo certo, ma credo che in una melodia siano necessari dei toni drammatici perchè ti tocchi dentro veramente. E allora così come si passa da note più delicate ad altre, magari singole, più forti, così forse è la vita. Io voglio la notte, una falce di luna, la luce del primo mattino e la nebbia che ho visto ieri. Voglio la luce, la gioia e il melodramma, la dolcezza della malinconia e sfinirmi di brividi. Voglio essere buona, e generosa, e vedere tracce di me in chi amo. Sono un’inguaribile romantica, lo ammetto, e lo sarò fino alla fine. Ora vorrei poter godere della dolce ebbrezza di un buon vino dimenticando ogni conseguenza.
Il pensiero parallelo è silenzioso. so che sto “sedimentando”. Prima o poi ogni dato verrà elaborato e allora forse sarò più ricca, più matura spero.
Tutto finisce ma non c’è fine. Restano le tracce. Resta ciò che ognuno è capace di raccogliere.
lunedì 16 novembre 2009
Fedeltà
Quasi tutti gli uomini sono convinti che la fedeltà abbia a che fare con il possesso, o la mancanza di possesso. O con la morale, o assenza di morale. Io credo che la fedeltà sia un valore, una caratteristica del temperamento, ce l’hai oppure no, la percepisci o meno. E non si impara. E’ come l’eleganza, la raffinatezza, il talento. Imparare a vestirti bene non ti rende elegante. Puoi affinare il tuo gusto ma non impari ad essere raffinato. E’ possibile raggiungere un alto livello tecnico con lo studio, l’esercizio, ma non puoi apprendere il talento. Per la fedeltà è lo stesso. E non avere questo valore non impedisce di vivere bene, non ci rende inferiori, semplicemente ci fa essere compatibili o meno con altri. Fedeltà per me significa legame indissolubile e imprescindibile, un elemento unico di identificazione che ti fa restare attaccato a qualcuno anche se sei lontano migliaia di chilometri, anche se non lo senti e non lo vedi. In questo senso io sono come un soldato, attaccato alla sua patria pieno di ardore e passione, che resta per giorni nel fango e nell’orrore della trincea, pronto a morire. E' un seme che qualcuno ti ha lasciato e germina dentro te. Detto così fa quasi paura, quasi che questo seme ti tolga qualcosa ma non è così.
Giorni fa ho visto un vecchissimo film francese, Histoire d’O.
Quando uscì ero una ragazzina e non avevo idea di cosa trattasse, mi colpì solo il nome. Affascinante a suo modo, come può esserlo in modo empirico qualsiasi storia che sta per essere raccontata. Anni dopo in discoteca mi trovai davanti Corinne Clery, stretta per mano ad un tipo bellissimo, Thanassos, insomma, due che non passano inosservati, me lei di più. Ricordo di aver pensato che aveva qualcosa che andava oltre la semplice bellezza, e ancora oggi la ritengo una delle donne più affascinanti che io abbia mai visto. Mi sarebbe piaciuto essere una donna così. Insomma, con questa curiosità mi sono messa a guardare Histoire d’O, e anche se non sono pratica di film erotici, e per certi versi mi sono un po’ annoiata, devo riconoscere al film un certo fascino. Insomma, i francesi hanno Histoire d’O, noi italiani Miranda. Anche se devo ammettere che con l’età ho un po’ “rivalutato” Tinto Brass, dimenticando” lo schifo che a vent’anni mi fece “La chiave” e riconoscendo che, se non altro, sa raccontare le sue porcate con ironia e allegria, resta comunque il fatto che non va mai oltre la “gnocca”.
Comunque. Histoire d’O racconta di obbedienza e sottomissione, abnegazione addirittura. E’ un film raffinato, perverso, e, per me, inquietante e spaventoso. La fedeltà che viene esasperata al punto da diventare possesso che spersonalizza. Ti appartengo al punto che puoi darmi ad altri. Dimostrami quanto mi ami facendo per me questo e quest’altro, e quell'altro ancora, non perchè ti obbligo ma perchè tu vuoi dimostrarmi quanto sei mia. Detto così sembra facile. E’ un film forte, un tema molto difficile da raccontare ma il motivo che principalmente me lo ha reso “spaventoso” è che in quella storia c’è la perdità della libertà dell’essere, mascherato sotto forma di compiacenza. Lo faccio perchè così ti dimostro quanto ti amo. E' perverso, come è perverso qualsiasi cosa che ci rende infelici e facciamo per rendere felice qualcun altro. (E quante cose facciamo ogni giorno che eppure contengono questa forma di perversione).
Quando uscì ero una ragazzina e non avevo idea di cosa trattasse, mi colpì solo il nome. Affascinante a suo modo, come può esserlo in modo empirico qualsiasi storia che sta per essere raccontata. Anni dopo in discoteca mi trovai davanti Corinne Clery, stretta per mano ad un tipo bellissimo, Thanassos, insomma, due che non passano inosservati, me lei di più. Ricordo di aver pensato che aveva qualcosa che andava oltre la semplice bellezza, e ancora oggi la ritengo una delle donne più affascinanti che io abbia mai visto. Mi sarebbe piaciuto essere una donna così. Insomma, con questa curiosità mi sono messa a guardare Histoire d’O, e anche se non sono pratica di film erotici, e per certi versi mi sono un po’ annoiata, devo riconoscere al film un certo fascino. Insomma, i francesi hanno Histoire d’O, noi italiani Miranda. Anche se devo ammettere che con l’età ho un po’ “rivalutato” Tinto Brass, dimenticando” lo schifo che a vent’anni mi fece “La chiave” e riconoscendo che, se non altro, sa raccontare le sue porcate con ironia e allegria, resta comunque il fatto che non va mai oltre la “gnocca”.
Comunque. Histoire d’O racconta di obbedienza e sottomissione, abnegazione addirittura. E’ un film raffinato, perverso, e, per me, inquietante e spaventoso. La fedeltà che viene esasperata al punto da diventare possesso che spersonalizza. Ti appartengo al punto che puoi darmi ad altri. Dimostrami quanto mi ami facendo per me questo e quest’altro, e quell'altro ancora, non perchè ti obbligo ma perchè tu vuoi dimostrarmi quanto sei mia. Detto così sembra facile. E’ un film forte, un tema molto difficile da raccontare ma il motivo che principalmente me lo ha reso “spaventoso” è che in quella storia c’è la perdità della libertà dell’essere, mascherato sotto forma di compiacenza. Lo faccio perchè così ti dimostro quanto ti amo. E' perverso, come è perverso qualsiasi cosa che ci rende infelici e facciamo per rendere felice qualcun altro. (E quante cose facciamo ogni giorno che eppure contengono questa forma di perversione).
Ultimamente la curiosità e l’ignoranza mi hanno spinta a leggere dei racconti erotici e anche dei blog. Mi pare che ci sia tanta “roba” trita, in prevalenza stile Brass, però in mezzo al mucchio trovi anche cose raffinate e, letteralmente parlando, “belle”. Comunque. Ho scoperto che la fedeltà può essere un fattore erotico. Fedeltà intesa come incentivo della complicità. Ho sempre pensato che tra due persone tutto è permesso. Siamo così condizionati dal mondo esterno, dall’educazione, la famiglia, l’entourage di persone che ci circondano, che ci giudicano, che parlano di te. Il moralismo, il perbenismo, gravitano sul nostro quotidiano inquinandolo, togliendoci spontaneità. Ma quello tra due persone, è, deve essere un mondo a sé. Ho sentito spesso dire “io parlo di tutto, non ho tabù”, “perché non vuoi raccontarmi di questo, sei piena di inibizioni”.
Mi pare che ci sia molta confusione, a mio parere si confonde il moralismo con il senso del privato. Avere pudore, custodire un proprio ambito personale e intimo è un valore. E condividere con una unica persona questo spazio ha un potere altissimo. Donare un tuo segreto ad un altro ti unisce e ti rende vulnerabile, e sta alle persone fare buon uso di questo potere, concedere con parsimonia il proprio "segreto". E’ qualcosa di molto cerebrale, che non ha nulla a che vedere con l’erotismo di Brass. E se penso a quello che ho letto, a storie sui blog che alla fine si assomigliano tutte, mi viene da sorridere (non per superiorità).
Ci sono persone la cui vera essenza molto difficilmente viene a galla, occorre trovare quell’unica persona che riesce ad aprire la combinazione segreta, è una questione chimica, e solo quell’elemento sprigiona tutta una serie di reazioni. Ecco, per me percepire questo è un plus, va oltre il possesso. Non si è devoti l’uno all’altro per convenzione, educazione, lo si è per selezione. E identificare l’elemento che ci accende è un privilegio, è una fortuna. Essere sleali in questo menage non ha senso, è come fermarsi da McDonald se non ti piacciono hot dog e patatine fritte.
Mi pare che ci sia molta confusione, a mio parere si confonde il moralismo con il senso del privato. Avere pudore, custodire un proprio ambito personale e intimo è un valore. E condividere con una unica persona questo spazio ha un potere altissimo. Donare un tuo segreto ad un altro ti unisce e ti rende vulnerabile, e sta alle persone fare buon uso di questo potere, concedere con parsimonia il proprio "segreto". E’ qualcosa di molto cerebrale, che non ha nulla a che vedere con l’erotismo di Brass. E se penso a quello che ho letto, a storie sui blog che alla fine si assomigliano tutte, mi viene da sorridere (non per superiorità).
Ci sono persone la cui vera essenza molto difficilmente viene a galla, occorre trovare quell’unica persona che riesce ad aprire la combinazione segreta, è una questione chimica, e solo quell’elemento sprigiona tutta una serie di reazioni. Ecco, per me percepire questo è un plus, va oltre il possesso. Non si è devoti l’uno all’altro per convenzione, educazione, lo si è per selezione. E identificare l’elemento che ci accende è un privilegio, è una fortuna. Essere sleali in questo menage non ha senso, è come fermarsi da McDonald se non ti piacciono hot dog e patatine fritte.
So che parlo di qualcosa di molto raro che, sembra quasi irreale, eppure esiste. Non è eterno. Le persone mutano come muta il mondo. E’ il viaggio della vita, si attraversano fasi, stagioni, ci si evolve e a volte ci si perde. Ma credo che dovremmo cercare tutti più a fondo, la nostra vera essenza, vivere con verità, anche nella coppia.
Non giudico chi non è fedele, così come per me in Histoire d’O non c’era libertà (e può sembrare un controsenso), ci sono persone che non sono fedeli a prescindere. Pensano che la fedeltà tolga loro libertà, che sia una condizione limitante, che con una sola donna/uomo perdano il senso della vita. Non posso dire se è così, siamo diversi e nessuno sa cosa c’è dentro un altro. Una cosa però so: è faticoso rinnovarsi, rimboccarsi le maniche e inventarsi ogni giorno un menage nuovo, cercare di essere una persona nuova. Si torna a casa dal lavoro stanchi, sfibrati, delusi, e la fantasia si dilegua persa dietro alle frustrazioni e ci si dimentica di quale grande occasione può essere quella persona che ti è accanto. Quella persona che come te, è stanca, sfibrata, delusa. Che una volta forse era tua complice. E sarebbe così facile ora fare un nuovo patto. Aiutami a dimenticarmi di quella merda del giorno. Chiudiamo la porta e inventiamo un gioco tutto per noi. “Diventiamo da ora in poi, l’uno per l’altro qualcosa di diverso. Siamo l’uno l’avventura dell’altro.
Lo so, parlare (o scrivere), è così facile. Ma sono convinta che l’infedeltà abbia a che fare con la pigrizia. (anche la fedeltà, mi risponderà qualcuno). E qui si torna al valore, ce l’hai o non ce l’hai. Non è giudizio, non è morale, sono solo differenze. L’importante è fare attenzione ad avvicinarci a chi è come noi, per non farsi del male. Una coppia mista può creare grandi sofferenze. Si, perché chi è tradito soffre indicibilmente, perde la cosa più grande la fiducia, mentre l’infedele reso monogamo si sente limitato, privato di qualcosa.
Sfiducia e privazione, non so, sono mie riflessioni. Io purtroppo o per fortuna, sono una persona passionale, ho il senso dell’assoluto che mi attraversa. Mi emoziono leggendo Jane Eyre e pensando a Mr. Rochester. Forse semino ”letteratura” su di un quotidiano che è molto più semplice di quanto non lo veda io, ma non è questo che ci rende superiori, la nostra capacità di infondere romanticismo alle esperienze della vita, non è il lirismo che ha elevato l’uomo alle vette più alte......
http://www.youtube.com/watch?v=JJVMnKKwe6A&NR=1
http://www.youtube.com/watch?v=JJVMnKKwe6A&NR=1
sabato 3 ottobre 2009
Bellezza
http://www.youtube.com/watch?v=Mja04fbbcFs&NR=1
E' questo per me.
E a volte, sentirne dentro un pò, diventa indispensabile.
.
.
.
Yearning for more than a blue day
I enter your new life for me
Burning for the true day
I welcome your new life for me
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Losing, it comes in a cold wave
Of guilt and shame all over me
Child has arrived in the darkness
The hollow triumph of a tree
Forgive me, Let live me
Kiss my falling knee
Forgive me, Let live me
Bless my destiny
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Weakness sown, Overgrown
Man is the baby
(Antony Hegarty)
E' questo per me.
E a volte, sentirne dentro un pò, diventa indispensabile.
.
.
.
Yearning for more than a blue day
I enter your new life for me
Burning for the true day
I welcome your new life for me
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Losing, it comes in a cold wave
Of guilt and shame all over me
Child has arrived in the darkness
The hollow triumph of a tree
Forgive me, Let live me
Kiss my falling knee
Forgive me, Let live me
Bless my destiny
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Weakness sown, Overgrown
Man is the baby
(Antony Hegarty)
lunedì 28 settembre 2009
Di nuovo
Che senso ha se non ci è utile. Mi sono chiesta mille volte, ed ogni giorno data la mia professione, le tante sfaccettature dell’animo umano, quanto siano delicati gli equilibri che determinano o meno la ricettività dell’interlocutore.
Ho capito, ormai da molto tempo, quanto sia delicato stabilire un contatto vero, utile allo scopo di trasmettere un messaggio concreto, contatto definito non tanto dall’esperienza nella lingua quanto piuttosto dalla capacità di immedesimarsi nell’altro, accettarne le differenze, di personalità, cultura, background sociologico.
Se non avessi appreso questo, e in questo non m’impegnassi ogni giorno, sarei senza lavoro da un pezzo.
Invece con te, purtroppo, dov'è non è il dovere ma il desiderio a spingermi, non riesco a superare il muro. Ogni mossa è sbagliata, ogni parola è letale. Siamo all’impasse, non ci scambiamo nulla, non riusciamo ad andare oltre “l’errore 1”, “l’hai sbagliato ancora”, non se ne esce. Eppure lo sa Iddio quanto vorrei riuscire a raggiungerti, quanto vorrei comunicare solo con l’affetto che sento.
Mi hai detto di nuovo che ti ho fatto male, ma come è possibile, io voglio esattamente l’opposto! Vorrei poterti solo donare un lungo e silenzioso abbraccio sperando così di toccare il tuo cuore senza far danni, invece resta solo la frustrazione per la distanza che m'impedisce questo gesto, e lascia il malinteso costante sul nostro tentativo di unione.
Potrei fregarmene ma non è possibile, per quanto possa stare in silenzio e in disparte questa cosa resterà dentro me continuando a parlarmi ogni giorno.
Com'è possibile che l'unica voce, quella dell'amore puro, dovrebbe ma invece non riesce... a parlare.
domenica 27 settembre 2009
Stasera
E suoni di tamburi. Voci incomprensibili. Lingue che si mischiano. E neri che ballano vestiti di colori. La vita mi raggiunge mentre dal portone scendo il gradino sulla strada fiorita, la respiro muovendomi su per la via. E’ un mantello che si stende su su, sulla pietra e l'asfalto. Ci sono rose, erica bicolore, violette, gigli, anturium, ortensie a palla e giunchiglie. Rosso, rosa, bianco, viola, blu, arancio, sfumature su sfumature come un tappeto che poi finisce e ridiventa strada di pietra.
Prendo una rosa per mia madre. “Come la vuoi?” “Gialla” rispondo.
“E’ bellissima. La tengo per me!” scherza lui col sorriso infantile. Pago e me la porto via tra le braccia, ridendo. Col passo incerto, sui tacchi alti a zigzag tra pietre spioventi, attraverso la folla, mi tiro fuori dai fiori, verso la quiete. E allora ti vedo, ti avvicini dal passato, lo stesso viso sfrontato tra i capelli sconnessi, e tutto quel grigio sopra, che ora sono gli anni trascorsi.
Ti guardo dritto gli occhi, ti supero, ma non riesco a resistere, anche mentre continuo a camminare mi volto e guardo indietro, incurante che non sei solo, che tu mi veda, e chissà dove ho trovato questo coraggio che non c’è mai. Sorrido e ti fermi. Anche io, si fermano tutti.
“Ciao!” diciamo sorpresi.
“Ma come sei diventata....” ci pensi. “Ma come sei diventata....” ripeti.
Poi ci abbracciamo e baciamo sulla guancia.
“Vecchia” rispondo io ridendo.
“No” dici tu “No. Sei sempre uguale.” Leggo nei tuoi occhi. Sorpresa. Ammirazione. Nostalgia. Tenerezza.
Il mio cuore trabocca. Dolce. C'è una punta di vanità compiaciuta. Affetto che riaffiora dal passato. E poi abbasso gli occhi sul bambino che ci guarda.
“E’ tuo figlio? Il tempo passa.....”
“E’ tuo figlio? Il tempo passa.....”
“Si” – rispondi – “mio e di Maria...ricordi??’
Sorridendo ci allontaniamo, ognuno per la propria strada. Ricordo tutto, ogni momento, anche dopo quanto, 22 anni; il tempo sembra rallentato, tornato a galla da chissà dove. Ma sono felice, mi hai fatta felice, volo sulle punte verso la sera. Guido a casa dei miei, faccio le cose di sempre, doveri, consuetudini, il solito quotidiano, con le immagini del passato che si srotolano tra le tempie, come musica dagli auricolari, una frequenza a parte.
Quando torno alla mia piazza è ancora festa. M’infilo tra le bancarelle, l’odore di cibo mi dà alla testa mentre ci spostiamo a fatica. Il suono dei tamburi è assordante ma io cerco, cerco, cosa. Muovendo tra le tende del mio passato, cerco la me di allora. Ma sono qui. Non dietro l’angolo, qui, non altrove. Allora scivolo, tra la folla, indietro verso casa. Apro il portone e salgo su, verso la mia quiete monotonia, ma con un po’ di tenerezza in più.
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lunedì 21 settembre 2009
Incongruenze
È una cosa strana quella della morte che arriva così...della guerra vissuta così.
Ricordo il video di una giornalista spagnola che vidi circa 3 mesi fa...per la prima volta capii che i nostri soldati erano in guerra...si ...perché questo erano le immagini davanti ai miei occhi...silenziosa agghiacciante incredibile guerra:
un fortino sperso da qualche parte in Afghanistan... dentro i nostri militari... spari dappertutto... voci concitate... una telecamera immobile che riprende una scala...soldati vicinissimi che a tratti si intravedono...urlano di spostarsi...via via...via via...gli spari da fuori a scroscio...mitragliatrici...inframmezzati da parole urlate in italiano
A quelli come me... che alla guerra non ci vogliono pensare... che l’idea delle armi gli fa ribollire il sangue al punto che dà fastidio anche vederle nei film...e se li guardi è per non limitarti perché in fondo fa parte di un minimo d’informazione...per quanto può essere informazione un film...rendersi conto tutto d’un colpo che dei ragazzi tuoi connazionali sono a fare la guerra...è un brutto risveglio.
Premetto che a me piace la realtà. In senso concettuale intendo. Ho bisogno di ancorarmi alla realtà per terribile che sia. Io che tendo spesso a sollevarmi al vento di mille sogni nella realtà trovo la salvezza. E a volte “sporcarsi un po’ le mani” con le brutture del quotidiano ti fa bene, un po’ come la sana sculacciata al momento giusto. Ma questo no. Trovi pezzi della tua realtà in mezzo a qualcosa che ripudi con tutto te stesso e speravi di non vedere mai.
E mi tornano in mente i racconti di mio nonno che ha fatto la prima guerra e poi il partigiano in Val d’Orcia, e di mio padre e mia zia e della fame patita, della tessera che non bastava o le patate mangiate per un anno intero ringraziando iddio che quelle almeno riempivano la pancia, della guerra in Libia di mio zio e dei suo 7 anni di prigionia nell’allora Ceylon, insomma racconti che sapevano quasi di leggenda e che riecheggiano ora con un senso di realtà diverso e nuovo.
Sensazioni contrastanti in mezzo a questi pensieri odiosi che mi assalgono ultimamente.
Perlopiù perché sono pensieri inutili...intanto perché li tengo per me...poi perché non si traducono in azione...e infine perché se anche volessi agire in qualche modo non saprei che fare di veramente incisivo. Posso cambiare il mondo? Posso impedire che gli uomini trovino mille scuse per farsi la guerra e uccidersi con tutto l’orrore che questo comporta? No, certo che non posso, ma sapere che non è colpa mia non mi fa sentire meglio, anzi. Perché penso che in fin dei conti io vedo solo la punta di un iceberg, ma la vera realtà di quello che è una guerra la sa solo chi la vive in prima persona, in "trincea", in mezzo agli spari, all’orrore. Ed è difficilissimo da accettare che accada tutto a due passi da casa tua.
Sensazioni contrastanti in mezzo a questi pensieri odiosi che mi assalgono ultimamente.
Perlopiù perché sono pensieri inutili...intanto perché li tengo per me...poi perché non si traducono in azione...e infine perché se anche volessi agire in qualche modo non saprei che fare di veramente incisivo. Posso cambiare il mondo? Posso impedire che gli uomini trovino mille scuse per farsi la guerra e uccidersi con tutto l’orrore che questo comporta? No, certo che non posso, ma sapere che non è colpa mia non mi fa sentire meglio, anzi. Perché penso che in fin dei conti io vedo solo la punta di un iceberg, ma la vera realtà di quello che è una guerra la sa solo chi la vive in prima persona, in "trincea", in mezzo agli spari, all’orrore. Ed è difficilissimo da accettare che accada tutto a due passi da casa tua.
Mi chiedo, ma come si fa a non pensarci?
Poi ne muoiono altri 6, giovani che molti potrebbero essere miei figli, non hanno ancora vissuto niente della vita ma laggiù hanno visto il peggio, e ora è tutto finito per loro. E penso che questo modo fa schifo, la guerra fa schifo, la politica fa schifo, le major, l’industria bellica, tutto fa schifo.
Ma insieme all’orrore mi scende dentro anche una spirale di pensieri a catena, su perché quei ragazzi fossero lì. Perché questa non è più la leva, prima di partire per la missione questi ragazzi hanno firmato per fare i soldati. Per scelta. Si sono addestrati, ci hanno creduto. Una passione, di più, un ideale, altissimo, forte, al punto da rischiare la vita. E mi dico che certo avrebbero preferito vivere ma forse per loro morire così ha un senso, e per questo deve averlo anche per noi. E’ in questo modo credo, che dobbiamo mostrare il rispetto che si meritano, smettendo di discutere se è giusto o meno quello che hanno fatto.
La guerra è ingiusta ma loro erano lì per loro scelta personale, per difendere una causa altissima, e nessuno di noi sconosciuti che con loro abbiamo condiviso solo la cittadinanza, ha il diritto di giudicare. Io personalmente mi sento di ringraziare, per questo gesto estremo di generosità, anche se non condivido le motivazioni, anche se odio la guerra. Li ringrazio.
Oggi poi, vagando in Internet tra le notizie, mi è capitato di leggere il nome di Gianfranco Paglia, e spinta dalla curiosità mi sono informata sulla sua vicenda. Ammetto di aver sempre guardato ai firmatari come a una specie di esaltati, spesso di matrice fascista, in particolare tra i parà della Folgore, gente in cerca di una causa a cui votarsi per vivere, o di un modo per "giocare" al soldato, per maneggiare le armi. Confesso di non avere mai, in tempo di pace, pensato a loro con rispetto, anzi. Credo di essere stata estremamente cieca ed ingiusta.
Al di là delle convinzioni personali, delle ideologie politiche e culturali, ascoltare Gianfranco Paglia mi ha fatto sentire una sciocca presuntuosa superficiale ignorante. Dopo avere letto a lungo ho cercato il video di Ballarò e lì ho sentito parlare un giovane uomo che non smanica per farsi ascoltare, (e questo già fa specie dato che è deputato Pdl), ma che anzi si esprime con modestia e dignità, parco di parole soprattutto sulla sua condizione di eroe nazionale (e ne abbiamo così pochi, diciamocelo). Non c’era niente di esaltato in lui, mi ha ricordato (passatemi l’abbinamento quasi blasfemo), Papa Woytila, per quella fede che trasudava dalle sue parole pacate e che trasmettevano forza e, in qualche modo, serenità.
Ecco, questo mi ha fatto riflettere. E’ di questa fede che dobbiamo avere rispetto, di chi crede in qualcosa così profondamente, con grande fervore e dignità, così intensamente al punto da dare la vita. L’onestà, la lealtà, l’onore, sono valori cosi rari da trovare, meritano rispetto, sempre e comunque.
La guerra fa schifo ma non facciamo demagogia sui caduti. Stiamo zitti, rispettiamo il loro sacrificio e per le lotte politiche usiamo altri argomenti.
sabato 29 agosto 2009
Sensazioni
Vi è mai capitato di sentirvi il cuore gonfio, ricolmo che pare straripare, e vorreste allungare il braccio tendere la mano e fondervi con la persona davanti a voi
Però non si può, e ve ne restate immobili per timore che tutta questa cosa straripi e si riveli
Con la frustrazione che ammanta quel senso di tenerezza che vi pervade
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martedì 11 agosto 2009
A volte
A volte non so comunicare, non so dire, come dire...a quella persona di cui mi pare di sentire anche il cuore.
Un cuore così bello e pieno di coraggio che mi emoziona ogni volta.
Ma appena parlo magiche stregate le mie parole schiantano sul muro durissimo che ci separa.
E allora vorrei che a parlare fosse una carezza.
E nel mio sguardo lui chiarisse ogni dubbio.
Dissolvere poi la mia insicurezza.
A spezzare questa distanza tra noi.
La storia di Chiara
Cercando in Internet, oggi, sono finita su Wikio/salute, e da lì a questo link. A volte si ha bisogno di leggere storie come questa, per chiunque volesse sapere.
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"Spesso capita di sentirci tristi, di lamentarci che la nostra vita potrebbe essere migliore, di sognare di essere come quel vip sempre al centro dell'attenzione e apprezzato da molti.
Spesso guardiamo alle cose che non vanno, guardandoci intorno e notare come il mondo sia marcio, pieno di ingiustizie e di brutte situazioni.
Poche volte ci soffermiamo un attimo a vedere le meraviglie della natura, quanto siamo fortunati e quanto sia utile per gli altri anche la nostra breve esistenza. Osservando le brutture del mondo non ci rendiamo conto che ogni giorno, ogni ora e ogni minuto della nostra vita è un miracolo, un'esperienza irripetibile dalla quale possiamo trarre numerosi insegnamenti.
Chiara è una ragazza di 21 anni che ha visto il male in faccia. A 13 anni, prima dell'esame di terza media, ha notato delle difficoltà, il suo fisico non rispondeva bene ai comandi. Da una risonanza magnetica la sentenza dei medici è stata: tumore al cervello. La ragazza che nel maggio del 2000 era poco più che una bambina, ha dovuto passare dei momenti molto difficili, periodi duri fatti di chemioterapia e radioterapia. Ha perso i suoi bei boccoli biondi, ma ha scoperto quanto sia meravigliosa la vita, la sua vita.
Altri avrebbero visto nel suo destino una disgrazia insormontabile che l'avrebbe segnata per tutta la vita. Invece le parole di Chiara nella lettera che ho letto oggi nella rubrica di Umberto Galimberti su "la Repubblica delle Donne" sono di una gioia e di una forza che trovo difficile spiegare. Parole che dovrebbero leggere coloro che, entrati in depressione, vedono tutto nero, arrivando addirittura a pensare che la propria vita è talmente triste e inutile da considerare il suicidio una liberazione.
Chi ha visto il male e ha conosciuto cosa significa rischiare la vita capisce spesso solo allora quanto si può essere fortunati nel vedere anche solo il sorgere del sole la mattina.
Ecco la bellissima testimonianza di Chiara:
"Era estate. L'estate del 2000. L'estate che ricorderò per tutta la vita. Avevo tredici anni e la scuola stava finendo. Tutti i miei compagni si stavano preparando per l'esame di terza media. Per me come per i miei amici era un esame importante. Il primo vero esame. Mi stavo impegnando. Ero felice di prepararlo non rendendomi conto che c'era un esame tutt'altro che scolastico ma ben più impegativo ad attendermi.
Vedevo e sentivo che c'era qualcosa che non andava. Quelle forti emicranie al mattino appena sveglia, la spossatezza continua e poi quella mano, i cui piccoli gesti non riuscivo a controllare. Mi cadevano di mano gli oggetti, la mia scrittura non era più la stessa e a danza ogni piroetta finiva con un giramento di testa. Perdevo l'equilibrio. Mi dovevo fermare. Non capivo. Eppure dentro di me sapevo che c'era qualcosa di strano.
La risposta è arrivata un pomeriggio di maggio nel corridoio dell'ospedale adiacente alle sale della TAC. Mi ricordo che io e i miei genitori stavano aspettando seduti su quelle sedioline asettiche dell'ospedale. Per me l'attesa era snervante, c'era puzza di disinfettante e quel posto non mi piaceva.
Solo dopo la risonanza magnetica capii tutto fino in fondo. C'era una noce annidatasi nel mio cervelletto anzi, "una lenticchia", proprio così mi venne spiegato.
In seguito, questa lenticchia venne tolta. Quello che successe in quell'estate non fu molto piacevole. Chemioterapia e radioterapia non sono facili da sopportare.
Eppure ora, a ventun anni, posso dire di essere cresciuta in un'estate, durante quell'estate. In quei mesi scoprii quanto ero fortunata. In fondo non avevo una leucemia fulminante e non ero in attesa di un donatore che chissà quando sarebbe arrivato. Ero fortunata.
Nell'estate del 2000 ho imparato tante cose. Ho imparato ad amare la vita e ciò che fino ad allora mi sembrava scontato, un mio diritto. Ho scoperto un dovere: quello di ringraziare per tutte le meraviglie della vita. Ho imparato a sorridere con il cuore davanti a uno sguardo divertito, davanti a un mazzo di fiori, davanti a una giornata di sole e anche davanti a una di pioggia.
Ogni sera prima di addormentarmi penso alle cose che ho fatto durante la giornata e mi sento privilegiata. Anche se la radioterapia ha portato via i miei bellissimi boccoli biondi, ho imparato che non è quello che mi farà essere migliore.
Sono fiera di ciò che sono diventata. Adesso guardo a ciò che è successo come una grande esperienza che ha contribuito a forgiare il mio carattere. Mi ha dato la possibilità di vivere qualcosa che prima conoscevo solo come lunghe e complicate parolone pronunciate dai più grandi, come qualcosa di lontano da me. Certo sbatterci contro ha fatto male, ha lasciato la cicatrice. Una cicatrice che è sempre lì per non farmi dimenticare quanto sono fortunata.
A volte, sento addosso l'opprimente sguardo di qualcuno che, trovandosi davanti a me per la prima volta, non può fare a meno di volgere inconsciamente lo sguardo ai miei capelli. Ormai ci sono abituata. Ma una cosa bellissima è notare come l'interesse gradualmente si sposti verso qualcos'altro, come le involontarie occhiate furtive vengano sostituite dall'interesse per ciò che esprimo con le parole e che lascio trasparire dai miei occhi.
Mi piace comparare la mia storia alla scelta fatta da un atleta per coronare il sogno di vincere le Olimpiadi. Una lunga strada fatta di duri allenamenti lo attende per raggiungere la forma perfetta. Io non ho mai scelto di gareggiare alle Olimpiadi, ma qualcuno ha deciso che dovevo fare l'atleta.
Chiara"
Chiara, grazie di esistere".
Pubblicato da Giovanni Tonetti
martedì 4 agosto 2009
Gli ostacoli del cuore
C'è un principio di magia
Fra gli ostacoli del cuore
Che si attacca volentieri
Fra una sera che non muore
E una notte da scartare
Come un pacco di natale
C'è un principio d'ironia
Nel tenere coccolati
I pensieri più segreti
E trovarli già svelati
E a parlare ero io
Sono io che li ho prestati
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
C'è un principio di allegria
Fra gli ostacoli del cuore
Che mi voglio meritare
Anche mentre guardo il mare
Mentre lascio naufragare
Un ridicolo pensiero
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose devi meritare
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
C'è un principio di energia
Che mi spinge a dondolare
Fra il mio dire ed il mio fare
E sentire fa rumore
Fa rumore camminare
Fra gli ostacoli del cuore
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non vuoi sapere
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
(Elisa)
Fra gli ostacoli del cuore
Che si attacca volentieri
Fra una sera che non muore
E una notte da scartare
Come un pacco di natale
C'è un principio d'ironia
Nel tenere coccolati
I pensieri più segreti
E trovarli già svelati
E a parlare ero io
Sono io che li ho prestati
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
C'è un principio di allegria
Fra gli ostacoli del cuore
Che mi voglio meritare
Anche mentre guardo il mare
Mentre lascio naufragare
Un ridicolo pensiero
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose devi meritare
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
C'è un principio di energia
Che mi spinge a dondolare
Fra il mio dire ed il mio fare
E sentire fa rumore
Fa rumore camminare
Fra gli ostacoli del cuore
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non vuoi sapere
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
(Elisa)
sabato 20 settembre 2008
Oggi
Tutti gesticolano, parlano, parlano al telefono prevalentemente, sono distratti. Ogni metro che ho percorso oggi era pieno di gente, tutti presi da sé stessi, senza vedere.
Ho pensato: chissà quante volte sono stata così.
All’andata ho scontrato un gruppetto con una ragazza cieca. Ho visto prima il suo bastone bianco, fatto a sezioni, come uno di quei metri da falegnami che si ripiegano tutti. Ho visto il bastone e ho capito. Così le ho guardato il viso, gli occhi, tanto non poteva vedermi. Aveva le iridi che sembravano girate. E per un momento, un momento lungo un anno, per quel momento mi sono vergognata. Non so perché, non è colpa mia se è cieca, eppure mi sono vergognata: una bruciante scivolosa densa vergogna. All’andata ero di fretta, faticavo sui pietroni sconnessi del pavè col mal di schiena che litigava con la lena e la foga di fare svelta. Sentivo la grinta dipinta sul viso e sapevo mi avrebbero vista brutta. E ho lasciato perdere, chè in fondo brutta è come sono, brutta per l’amarezza, la vuotezza, la delusione, il senso di sconfitta. E’ come un terriccio puzzolente depositato sul fondale e l’acqua non può essere che nera e putrida. Ed ho persino smesso di prendermela se in fondo sono brutta così, che tanto non posso più farci niente, tanto è così. Mentre tornavo non sentivo più nulla, neppure il mal di schiena. Mentre tornavo era la gente, tutta quella gente che vedevo. Ognuno cieco in mezzo alle persone, in mezzo ai fatti, al vento, al sole e all’aria mattutina del mezzogiorno.
E ho scontrato una bambina sul passeggino guidato da suo padre. E lui mi ha guardato e io volevo essere lei senza quel padre. E la vedevo con le braccine spalancate un po’ sporta in fuori a guardare l’aria intorno a se con gli occhi spalancati e golosi. E volevo quegli occhi che vedevano, vedevano tutto, tutto ciò che accade. Vedevano tutto ciò che davvero c’è, e oltre.
domenica 3 agosto 2008
Sempre la solita lagna
Mi sa che era meglio quando scrivevi del mal d’amore…o dell’assenza d’amore…o delle fregature dell’amore…o delle pare che ti fai nella caccia all’amore…che poi è sempre la stessa storia fatta di malintesi e di furbizie di quelli più furbi di te e di strazio di te che arrivi sempre dopo…mi sa che era meglio quando si stava peggio…eccetera eccetera….perchè ora che hai chiuso la porta così le pare non te le fai più…ora che non entra più neanche un filo di linfa vitale…ora che la debolezza..che poi sarebbe la tenerezza… l’hai chiusa fuori per sempre…almeno così dici a te stessa…ora c’è qualcosa di ben peggiore da fronteggiare…
perché ora che tutto il tuo universo è la professione…la carriera pensavi…ora che anche in questo settore hai ottenuto lo stesso identico risultato di sempre…mettere tutta te stessa…dar via tutto ciò che avevi…piena di aspettative...e le cose manco a dirlo non sono andate come ti aspettavi…ora c’è da fare i conti con qualcosa di peggio che la tristezza…ed il rimpianto…e il bruciore della ferita momentanea…ora sul piatto della bilancia c’è il risultato di tutta la tua vita…perché sull’amore in fondo non ci hai contato mai…in fondo l’hai sempre saputo che per te non sarebbe stato semplice vivere “l’Amore”…trovare la persona giusta…lo sai come sei fatta…ma la professione…quella è la tua vita…è sempre stata il tuo cardine…quello per cui tirare avanti…la cosa cui attaccarsi di fronte ad ogni smarrimento…ora che anche qui la botta è arrivata…e questa volta davvero forte…molto molto forte…ora il conto è pesante…ora c’è da gestire questo cuore pieno di amarezza…e di rancore…di veleno…e per resistere a tutto tiri fuori di tutto…la corazza più dura…l’espressione più severa…la voce più tagliente…lo scatto più aggressivo…ora spazzi via dalla tua vita ogni fragilità…ti aggrappi alla razionalità più estrema…ora diventi brutta….non ti curi più…non ti trucchi più…non ti guardi più…e per resistere diventi pesante…e metti su chili e chili…che devi andare avanti ogni giorno senza cadere più…e quello che senti dentro ti ripugna…e ti scopri che ripeti sempre le stesse parole…pensieri assillanti…hai letto una storia terribile di un ragazzo violentato che da adulto aveva pensieri ossessivi…e ti vergogni tanto di avere quello stesso sintomo…che in fondo il tuo è solo un mal dell’esistenza…di quella tua mancanza di equilibrio tra il dare e l’avere…di quel tuo non avere imparato mai a credere meno a chi non conosci bene…e ti vergogni perché tutto questo è esperienza dell’adolescenza…e non puoi dirlo a nessuno che tu la vivi quasi a cinquant’anni…ti vergogni di non saper gestire il vortice…di frustrazione…di rabbia…di dolore…di non avere il minimo autocontrollo…e non ti piaci…tutto questo non ti piace…e senti le cose che si accumulano…strati su strati…e sarà impossibile spiegare…spiegare agli altri chi sei…chi sei veramente…sarà come Michelangelo…che del suo Davide disse di aver soltanto tolto strati di marmo e l’opera meravigliosa era già sotto…ma non sarà così…la realtà non è cosi…e forse allora meglio tornare al peggio che forse era meglio…meglio piangersi addosso sul blog…che ti fa pure pena ma almeno un po’ di questo rancore uscirà fuori…almeno un po’ di veleno tracimerà via da te sperando che sia meglio…e poi magari qualche visitatore te ne canterà tre o quattro…che non è nemmeno giusto dato che questo è un posto pubblico ma privato…ma comunque te ne canterà quattro qualcuno che non ha voglia di trovarsi sempre lagne davanti agli occhi…e allora tu smetterai per cinque minuti…per cinque minuti smetterai di avercela con loro…che poi sarebbe con te stessa…fino alla prossima volta…al prossimo attacco di rabbia…al prossimo veleno…e ancora ti interroghi…ti lambicchi il cervello se esista mai una cura…una trasfusione che faccia diventare leggere le anime pesanti…che renda pulito il sangue di chi ce l’ha avvelenato…che il tuo orgoglio è sempre stato l’innocenza…l’anima pulita…e ora senti che non è più così
Lui
Il silenzio. Il silenzio in testa. Anche quella mattina aveva aperto gli occhi nel silenzio. Aveva mosso lo sguardo nello spazio familiare della sua camera, osservando le linee pulite e rassicuranti del comò alla destra del letto, la lampada, la piccola poltrona, il tavolo nell’angolo opposto, accanto alla finestra, dove raggi di luce attraversando le tende chiare tagliavano l’aria della stanza. Il silenzio era divenuto assordante. Cercò di ricordare quando era cominciato, quel silenzio gli pareva familiare e al tempo stesso estraneo. Vide i suoi vestiti pendere dall’attaccapanni, appoggiati lì dalla sera prima, e scese dal letto trascinandosi in direzione del bagno, lasciando scomposte dietro sé le lenzuola bianche. Entrò sotto i getti caldi della doccia, appoggiandosi con le mani al rivestimento sul muro, gli occhi chiusi, lasciando che l’acqua gli scorresse sui capelli e sul viso e giù giù sul corpo scivolando via nello scarico. La musica era parte della sua vita dall’inizio della sua memoria. Gli tornò in mente la prima volta davanti al piano, quel grande piano a casa degli zii, lui seduto lì coi piedi che dondolavano nel vuoto, e intorno a sé gli sguardi divertiti degli adulti, il sorriso orgoglioso di sua madre, quello semicelato e compiaciuto di suo padre. Il piano che nella sua vita era stato gioco, scoperta, conquista.. Quel silenzio ora era ingombrante. Voleva indietro la sua solita vita. Voleva indietro la sua follia, quando la sua testa era sempre fissa sulla musica, sollevato un metro da terra, come colpito da un virus. Ora invece gli pareva la vera malattia. Chiuse l’acqua e si strofinò forte con l’ asciugamano, quasi a ricercare il vecchio se stesso, e nello specchio sopra il lavabo vide la sua immagine. Aveva il corpo di chi ha scordato spesso di mangiare, trascorrendo notti insonni e anni chiuso a creare, la sigaretta fedele compagna, e lo sguardo libero da ogni rabbia di chi ha vissuto nutrendo l’anima. Riccioli gli scendevan o scomposti attorno al viso, scostò una ciocca sulle tempie, in un gesto ansioso, guardando più da vicino. Aveva 47 anni, ed era ancora un giovane uomo, si disse, e si stupì che fosse questa la prima volta che ci pensava, la prima volta che faceva bilanci, costretto dal quel silenzio in testa che ora sembrava accanirsi contro di lui.
In cucina, aspettando che salisse il caffè, accese la radio, fece scorrere i canali. Pensò che la musica era stata per lui la scoperta di emozioni nella pienezza e nell’assoluta libertà in cui esse si possono esprimere. Da sempre lo aveva attratto in modo inconsapevole in una dimensione eterea e mistica catturandolo nella sua magia come un innamoramento. Ricordò i suoi amori da giovane, turbolenti e contrastati, le donne che ogni volta aveva creduto di amare, che inevitabilmente si allontanavano deluse, stanche di aspettare. Certo, si disse, difficile da capire per chi non prova lo stesso. A volte si alienava a tal punto da perdere la cognizione del tempo, del luogo. Stava tra i suoi spartiti ore, giorni, dimenticando di mangiare, di dormire. Si trovava improvvisamente catapultato su di un altro pianeta saltando gli impegni precedentemente presi, disinteressandosi di cose a cui prima era interessato. Era vittima della dolcissima, straziante, incontrollabile seduzione di quell’amore: la musica. Si interrogò se in fondo avesse mai realmente perseguito un ideale preciso di donna, di amore, o se ogni volta fosse piuttosto caduto sedotto da una visione di bellezza, colpito da emozione bruciante in quel miraggio di armonia che sempre lo irretiva per stemperarsi poi nel divenire. Di tutti gli amori, la musica era l’unico ad averlo accompagnato per tutta la sua vita, lasciandolo sempre appagato. Fino ad allora.
Una voce morbida, lievemente rauca, e fermò le dita che scorrevan o sulla manopola di selezione. Bevve il caffè lasciando che le note colmassero l’aria e quella voce scendesse piano e dolce dentro di lui. Quella voce ora evocava spazi e tempi lontani. Si guardò intorno, e nella quiete del primo mattino, circondato di comode abitudini, ripensò ai suoi, una vita trascorsa insieme. Anche nell’ultimo viaggio sua madre aveva seguito suo padre quasi subito. Un modello, una struttura di vita, quella dei suoi, da lui inconsapevolmente inseguita, forse, fatta di rigore, forza d’unione, e amore semplice, pacato, di sentimenti riservati e stabilità. Cercò d’immaginarsi molti anni più avanti. Quella voce morbida dalla radio ora gli suggeriva dell’altro. Ora vedeva quella sua indipendenza, la ricerca di armonia, il suo desiderio di migliorarsi, quella sensibilità espressa attraverso la sua arte su cui aveva concentrato sé stesso, ritirandosi spesso nel suo mondo fantastico, come portarlo lontano, via da quel modello di vita che sentiva ora di volere per sé.
Riordinò la stanza con pochi gesti consueti, vecchi di anni, in una disciplina trasmessagli da suo padre come un nome. Un insegnamento, quella disciplina, che con perseveranza, determinazione, lo aveva portato fin lì, quasi in equilibrio tra istinto e ottimismo. Ripensò ai suoi anni di studio lontano da casa, e ai sacrifici fatti da suo padre, che lo sognava ingegnere. A quei pomeriggi e sere rubati alle lezioni e ai libri, e trascorsi invece nei locali, nei piano-bar, per non privarsi mai della gioia di suonare ogni giorno. E si ricordò di quella prima volta che gli avevan o offerto di suonare come lavoro, i primi soldi guadagnati con la sua musica, a cui ne erano seguiti altri, e la gioia infinita di divenire indipendente della sua arte, quando finalmente anche suo padre aveva capito e si era arreso, supportandolo da quel momento in poi, come già aveva fatto quando da piccolo, orgoglioso di quel figlio e del suo talento, aveva assecondato la sua passione per il piano permettendogli di studiare musica, senza mai immaginare che potesse farne un mestiere. Alla sua famiglia, a suo padre, sentiva di dovere tutto. Tutto ciò che era, che aveva raggiunto. Perché nella sua terra la gente lavorava duro, i mestieri che si fanno sono altri. Vivere d’arte. Dentro di sé sentì sgorgare una riconoscenza profonda, viva e pulsante, e insieme ad essa il senso di colpa, per quel silenzio che ora invece l’invadeva, ora che il successo era raggiunto, che tutti suoi obiettivi, i suoi sogni, si erano realizzati. Ora lo smarrimento colpiva i suoi sensi. Ora neppure la fede, quella fede che coltivava da sempre, sembrava spiegare quel mutamento. Ora era preda di quel silenzio che gli offuscava la mente, stillava angoscia nella sua anima, gli bloccava le membra.
Finì di vestirsi, semplicemente, con cura, e prese a riporre pochi oggetti in una piccola sacca nera. Portafoglio, documenti, un taccuino, una matita, un libro di Vinicius De Moraes, “Per vivere un grande amore”, poi aprì la porta e si avviò a piedi per le strade di Roma. Anche questo era parte di quella disciplina innata, il ricercare se stesso vagando solo in mezzo alla moltitudine. Era un mattino d’inizio aprile, quando l’aria è già tiepida e profumata, e la primavera è ovunque e tutto il creato sembra incitarti a gioire, a partecipare alla vita. Di tutte le città dove aveva vissuto da quando aveva lasciato la sua terra, moltissimi anni prima, Roma era l’unica dove riusciva a ritrovarsi. E lì aveva scelto di fermarsi. Lì, circondato di bellezza e di storia, in mezzo all’arte e ai popoli di tutto il mondo, lì sentiva Dio. Gli tornò alla memoria il mare della sua terra, e quelle albe da piccolo, trascorse con suo padre sulle rive dove i pescatori tiravano le reti. E quell’orizzonte lontano, quello spazio immenso e arcano dove allora lui credeva dimorasse Dio, quando la luce del sole si mischiava all’acqua del mare, e nel dissiparsi della nebbia restavano solo i riflessi delle prime luci sulla macchia scura dell’acqua a farla luccicare. In quella terra sua madre gli aveva trasmesso la fede, e insegnato l’amore. L’amore puro e quotidiano, grande e universale. Amore per il prossimo e per quella terra, le sue origini, le cose vere e semplici. E di questo semplicità era vissuto tutta la vita, come in un credo ulteriore, un’altra forma di religione. Questo era il dono che sua madre gli aveva lasciato, la forza che lo aveva guidato da sempre. Ora era il momento in cui sua madre gli mancava di più. Ora per la prima volta sentiva in sé quella forza vacillare ed ecco di nuovo quello smarrimento. Di tutte le solitudini che aveva vissuto negli anni era ora che per la prima volta si sentiva solo. Ora che la sua follia si era dissipata come quella nebbia mattutina sul mare lasciando improvvisamente alla luce del giorno la sua reale solitudine. Ora che non c’erano più i suoi a colmare il suo immenso bisogno di affetto quotidiano, che non aveva più l’abbraccio stabile della sua famiglia, proprio ora la musica nella sua testa era divenuta muta e l’amore si era allontanato. Ora il successo, le comodità, gli amici, sembravano essersi fatti da parte a mostrargli tutti uno spazio ancora vuoto intorno a lui. E allora gli riecheggiò nelle orecchie quella voce morbida e dolce trasmessa alla radio al mattino, una voce che sapeva di casa, e di amore, e compagnia, e affetto profondo, e certezze, e pensò che una voce così poteva colmare lo spazio, anche quello vuoto intorno a lui. Pensò che voleva innamorarsi di nuovo ma non come una follia. Pensò che voleva innamorarsi nella certezza di un’unione forte, semplice, pura come i valori in cui credeva. Pensò che ora non voleva sognare. Ora voleva sperare, e credere, e costruire. Ora voleva svegliarsi con l’amore in testa, ed il sorriso sulle labbra e negli occhi, e la donna della sua vita accanto a sé.
venerdì 9 maggio 2008
Risveglio
La sensazione nebulosa di essere spinta via lontano e riaffiorai dal sonno. Su un angolo tra parete e soffitto si allargavano i raggi del sole mattutino che filtrava dalle persiane. Per qualche secondo sbattei le palpebre. Dovetti ampliare il campo visivo per ricordare che ero a casa di Stefano. Cioè di Luca amico di Stefano. Un senso di caldo alle gambe e acciambellata sul letto accanto ai miei piedi, la gatta mi osservava con due enormi sfere gialle, immobile come una sfinge. Mi allungai a toccarla sotto il muso.
Girai la testa di lato e vidi Stefano accanto a me che dormiva ancora. La sera prima avevamo vagato per i locali di Roma, incontrato conoscenti di Stefano, ballato, io e lui, in compagnia, da soli. Ci eravamo divertiti, poi rientrando ci eravamo amati di nuovo. Era diverso dall’altra volta. Più tenero, appassionato. Pensai a quando di notte, addormentato, cambiando posizione si era girato dalla mia parte allungando un bacio nel buio, per poi continuare il suo sonno. Mi voltai di nuovo verso di lui. Dormiva agitato, a volte si scuoteva d’ un piccolo tremito breve, poi il suo respiro prendeva un ritmo più quieto, come un brutto sogno da cui si fosse svegliato, restando però ancora dentro al limbo del sonno. Pensai che era stato davvero molto dolce. Ed era così facile crederci. Ma lui dormiva. Ed era giorno ormai. Tentai inutilmente di riaddormentarmi. Mi giravo e rigiravo, le gambe irrequiete. Guardai la luce oltre la persiana. Doveva essere ormai metà mattina. Mi chiesi quanto tempo sarebbe rimasto lì a Roma. Stefano si occupava della sicurezza per una società che organizzava eventi a livello internazionale. Era un lavoro delicato, un po’ silenzioso. Pensai che in fondo gli si addiceva. Aveva bisogno di sentirsi “speciale”, non avrebbe saputo rassegnarsi ad un impiego “comune”. Voleva essere uno “tosto”, efficiente, e in fondo il “militare” era quello che sapeva fare meglio. Ora che lo guardavo dormire però, la lunga cicatrice sulla coscia, un’altra più piccola sulla schiena, proprio sotto la scapola, mi appariva così fragile. Ricordai che aveva sognato sin da bambino di fare il calciatore, ed era bravo, ma all’età di 16 anni un grave infortunio aveva definitivamente concluso la sua carriera sportiva. Col servizio di leva, gli si era parata davanti la possibilità di una carriera militare, fatta di missioni dai lauti compensi. Ci si era buttato a capofitto fino a quando non ce l’aveva fatta più. Aveva mollato tutto. A volte mi chiedevo quanto c’era di tutto questo nei suoi silenzi.
Mi allungai e tirai la gatta vicina, presi a carezzarla dietro le orecchie. Non faceva grandi movimenti, si lasciava coccolare, strizzando gli occhi, crogiolandosi pigramente nel piacere. Mi rannicchiai in un angolo del letto, in attesa, la gatta sempre accanto, scrutando Stefano.
Non so quanto tempo trascorse. Infine mi alzai e mi chiusi in bagno facendo scorrere l’acqua nella doccia. Quando uscii sentii Stefano chiamare il mio nome. In camera non c’era. Mi venne incontro dallo studio, sporgendosi per un bacio.
“Mi sono svegliato e non c’eri più” disse.
“Dormivi” risposi.
“Potevi svegliarmi” insisté lui.
“Dormivi così bene” dissi ancora senza guardarlo.
“Mi avrebbe fatto piacere aprire gli occhi e trovare te.” disse alzando una mano a sfiorarmi la guancia.
“In cucina ti ho lasciato del caffè caldo” aggiunse poi rientrando nello studio.
Mi avviai incerta. Come spiegare. Come Capire.
Dopo il caffè andai a vestirmi. Stefano mi raggiunse chiedendomi cosa volevo fare. In realtà volevo solo stare con lui ma qualcosa m’impediva di dirlo. “Quello che vuoi tu” dissi invece.
Con la moto di Luca andammo al mare, in un posto di nome Piovosa, mai sentito prima. La moto, altra cosa a me sconosciuta. Quando avevo provato a dirlo a Stefano lui si era messo a ridere.
“Ma di che hai paura!” aveva detto “Sei con me.”
Così non avevo più avuto il coraggio di parlare. Ero salita, avevo chiuso gli occhi e mi ero stretta a lui.
Piovosa era una caletta da qualche parte sulla costa dopo Nettuno. Ci trovammo poca gente. L’aria calda e il sole forte accrescevano quel senso di spossatezza che mi portava quasi ad arrendermi. Quello che mi piaceva di Stefano era che non dovevo per forza parlare. Se tacevo c’era comunque pace tra noi, se invece mi agitavo, diventavo aggressiva, non mi urlava contro, e non scappava via. Non che gli facesse piacere, magari mi gettava addosso un gelido “Attenta, non dire niente di cui domani potresti pentirti” , ma in qualche modo questo sembrava bastare ad abbassarmi i toni, e soprattutto, questo a me non appariva come “definitivo”, anziché spaventarmi mi calmavo.
Stefano era un pesce, gli piaceva stare in acqua, esattamente come non piaceva a me. E dovette portarmici di forza, tra le mie grida e movimenti convulsi e tentativi di sgusciare via, sotto gli occhi dei pochi sulla spiaggia che si voltavano curiosi a guardare. Il resto del tempo lo avevamo passato semistorditi dal sole, allungati l’uno accanto all’altro sulla sabbia.
Ci eravamo fermati a cena in una trattoria di mare, sulla strada del ritorno, poi avevamo guidato piano, nel buio, lui avanti io dietro, stretti vicini in un silenzio amico.
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