Cena in famiglia alle otto di sera, praticamente una merenda per me. Ho lavorato e a malapena avevo avuto tempo per breve restauro e auguri di persona ai miei. Morale: alla cena sono arrivata tardi, hanno iniziato presto ed erano ormai al dolce. A dire il vero ero stata indecisa se uscire, temevo non sarei riuscita a reggere, dal parrucchiere sbadigliavo, sbadigliavo, ma tra amici ti preoccupi meno, e poi sarà questa voglia di calduccio di famiglia che ho da un pò, io che la famiglia quasi non l'ho avuta e questa vita non l'ho fatta mai.
Il meglio era l'aria di mia nipote e della sua amica, 14 anni, alla loro prima festa "da grandi"; le loro voci, i risolini eccitati mentre stavano chiuse in bagno a prepararsi, accompagnarle alla festa, e aspettare l'ora per andare a riprenderle, leggere tutta la sera la loro telecronaca della festa via sms.
Noi "grandi" siamo andati al cinema, e già questo è insolito, almeno per me. A parte noi, il resto erano pensionati coraggiosi; si, per l'aver sfidato l'acqua torrenziale che non ha cessato per un attimo e imperversa tuttora. Il film l'ha scelto E, non lo conoscevo e non ho approfondito, ma arrivati al cinema, leggendo Lasse Hallstrom, ecco, ho pensato, vedrai che mi addormento. E invece no, il film mi è piaciuto! Certo è un pò slow, ma l'ambientazione e la fotografia sono belle, e il protagonista, che dire. Un meraviglioso akita che ti conquista sin dai primi fotogrammi, per la sua bellezza e la sua bravura. Non racconto altro perchè non voglio rovinare il film a chi deciderà di andarlo a vedere, dirò solo che è una bellissima storia di "fedeltà", amore, unione. E scusate, niente a che vedere con le classiche storie di Lassie, RinTinTin, Rex, ecc. Gli occhi di "Hachiko" sono umani. Ho pianto incessantemente l'ultima mezz'ora del film, all'inizio, raccogliendo ogni lacrima "col ditino", cercando di salvarmi il trucco, molto stile bon-ton, poi lasciando che scendessero copiose. Era dai tempi di ET che non piangevo così tanto al cinema, ma so che è per via di quella parte di me. Si, insomma,la mia parte "cane" che cerco di scalciare via (assieme alla parte "gatto" che invece tento di recuperare).
Attraversato il centro storico sotto l'acqua a catinelle, circondati da pazzi scalmanati che facevano scoppiare botti a più non posso, io che inveivo, e gli altri a burlarsi di me, (che ci posso fare se i botti mi fanno paura), stretti dentro i portoni a guardare i fuochi d'artificio, ci siamo infine fermati in un locale vicino casa mia. Spumante e dolcetti, è bastato un bicchiere,e mi è partita, come dico io, la "cretinite". Quella che ridi per qualsiasi cosa, basta anche solo una parola, ti senti la bocca da orecchio a orecchio e gli occhi che sperluccicano, e dentro un cosa lieve lieve. Poi di nuovo fuori, raccolte le "bambine" e ricondotte al nido, saluto e torno a casa, solita corsa trafelata notturna dal parcheggio a casa.
Ora ho la mente a "più vie", parte ai ricordi della serata, in sottofondo pensieri, retrogusto di sorpresa, per queste emozioni altalenanti che stasera mi attraversano; apro il blog, clicco su un nome che mi attrae, tento di leggere, concentrarmi su di un unico punto, inutilmente. Mi sento come il delta di un fiume, o un deltaplano lanciato...e da lontano una musica transita in mezzo a tutto questo. Fuori dal mio controllo tutto si mescola, metto a fuoco: la musica esce dal blog che ho aperto, è partita in sordina senza che mi accorgessi, poi è esplosa, e mi ha triovata così, a braccia aperte, mi ha invaso senza che potessi fermarla. Ora è dentro me, non posso spegnere. Domani, come accade spesso, rileggerò questo post e penserò che è stupido, a quanto infantile sia questa mia parte emotiva, ma ora la musica mi attraversa e non posso non abbandonarmi. C'è qualcosa di lirico in questo momento, di assoluto e perfetto, che domani mi parrà sconclusionato e sciocco ma che ora è così.
http://www.youtube.com/watch?v=ubTveCihjoQ&feature=player_embedded
Rinascere ha un sapore speciale...profuma di fresco e di mattino...ha il colore biancoargento della bruma...e la sensazione di avere ancora tempo a disposizione perchè il giorno è appena cominciato. (Blog in ristrutturazione).
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venerdì 1 gennaio 2010
Telecronaca noiosa
venerdì 25 dicembre 2009
Sono una persona felice
ore 20:05 nel piazzale del supermercato Esselunga di Prato Nord
Io, unica ultima solita ritardataria nel parcheggio, aggrovigliata di ombrello, borsa, chiavi, nascosta da cappotto, scialle, guanti e chissà cos'altro, sotto la pioggia torrenziale a fatica apro la bauliera della mia auto per caricare l'unica sporta della spesa,
Si avvicina un "negrino", come lo chiamo io, un ragazzo di colore giovane, dal sorriso gentile, che non si vergogna a chiedere, ma lo fa col sorriso.
E' tutto scuro sotto un piccolo ombrello mezzo rotto, lui coperto da un giubbino che non solo non ripara dal freddo ma neppure dall'umido. Ho visto che lui ed altri si alternano, "raccattano" gli euri dei carrelli, e io il carrello non lo uso, quindi difficile che mi chiedano.
Però deve essersi avvicinato altre volte, anche in settimana mi pare, e ho risposto che non avevo monete. Non era una bugia, faccio parte di quelle persone che si riducono a volte senza neppure un euro nel portafoglio, un pò per disorganizzazione, ma soprattutto per via di brutte esperienze passate. Comunque mi era rimasta una specie di virgola nella pancia.
"Signora, mi dai qualcosa" - mi dice stasera.
"Non li ho" - rispondo.
Non è vero, stasera pochi ma li ho, solo non monete. E ho troppa paura di restare senza soldi per dare banconote.
"Tesoro, mi dispiace ma non sono ricca." rispondo senza guardarlo.
E anche questo è vero. So che pochi lo immaginerebbero, pochi hanno un'idea della mia vera situazione. Non faccio sfarzi, conduco una vita normale di persona assolutamente comune, ma la verità è che sto molto peggio, nessuno può immaginare i debiti, la mancanza di soldi, e la paura di perdere la dignità, restare senza lavoro, senza l'unica possibilità di far fronte alle rate. A volte mi sveglio la notte con la paura dentro, paura che accada qualcosa che non mi permetta di far fronte al piano serrato concordato con la banca per molti anni ancora.
"Ma è Natale" risponde lui con un tono un pò da bambino, mentre io chiudo lo sportello e mi avvio per salire in auto. E' così fastidiosa la virgola nella pancia. Istintivamente faccio due passi indietro, riapro la bauliera e allungo una mano frugando dentro ad un sacchetto; tiro fuori un pacco da 350 grammi di krisprolls integrali, non quelli originali naturalmente, quelli "taroccati" a marca del supermercato, secondo strategie per una spesa più conscienziosa.
Chiudo lo sportello e dico prima ancora di voltarmi "Se non ti offendi...."
E lì accade qualcosa....
E' stato un attimo, perchè lui aveva capito prima ancora che parlassi, e si era lanciato verso di me, un sorriso fino agli orecchi e gli occhi che luccicavano nel buio.
"No, no, mi piacciono!" ha detto prendendo il sacchetto dalle mie mani e sorridendo.
Non avevo mai dato da mangiare a un affamato. Non è una litania, è stato veramente così. Ho offerto carezze, sorrisi, conforto a persone che stavano male, e ho letto gratitudine nei loro occhi, ma mai, mai, mi era capitato di dar da mangiare a un affamato. E' qualcosa che non c'entra con Cristo, e la religione, la chiesa e il Natale.
Non so descrivervi cosa ho visto ma non dimenticherò mai i suoi occhi nel momento che ha capito gli stavo offrendo da mangiare.
Mentre si allontanava per stare da solo ho percepito la sua eccitazione nel cercare di strappare il sacchetto che non si apriva; era come una bolla, un'aura che lo circondava.
Il parcheggio veniva chiuso per la notte e lui, uscendo sotto l'ombrello rotto e la pioggia torrenziale, continuando a tentare di strappare il sacchetto, faceva grandi cenni di ringraziamento e saluto verso me, sempre con quel sorriso enorme.
"Buon Natale, buon Natale" continuava ad urlarmi.
So che può sembrare assurdo ma questi sono i momenti in cui vedo Dio. Perchè lui non ti parla come fa un tuo amico, Dio ti fa accadere le cose attorno, sta a te poi vedere.
Sono andata dai miei e sono rimasta lì un'oretta, stanca della giornata, sudata e desiderosa di una doccia, ma felice, oh così felice.
Nella mia auto c'è una cartella col portatile del lavoro e un pacco di documenti alto 6 centimetri. Sono molte ore di lavoro, documenti che probabilmente dovrò valutare domani sera, e sabato, e domenica, ma non importa. La mia spesa è piccola ma non importa. Ho una bottiglia di vino che mi sto gustando mentre scrivo, e il tavolo ricoperto di libri e bella biancheria da regalare ai miei amici. Si, ho "sprecato" ben 300 Euri per comperare tanti piccoli, davvero piccoli, regali per tutti i miei familiari ed amici cari. Avevo detto quest'anno di non fare regali ma pareva un Natale così triste, un Natale senza quel senso di famiglia, di coesione, che mi manca tanto e che trovo invece nel gesto di scambiarsi piccoli doni; quel senso di amore e condivisione che è così bello da sentire, e fa caldo al cuore.
Mi sento una regina. Rivedo ancora quegli occhi nel buio della notte sotto la pioggia.
Magari domani tornerò a lamentarmi ma stasera sono proprio felice, fortunata e molto felice.
Io, unica ultima solita ritardataria nel parcheggio, aggrovigliata di ombrello, borsa, chiavi, nascosta da cappotto, scialle, guanti e chissà cos'altro, sotto la pioggia torrenziale a fatica apro la bauliera della mia auto per caricare l'unica sporta della spesa,
Si avvicina un "negrino", come lo chiamo io, un ragazzo di colore giovane, dal sorriso gentile, che non si vergogna a chiedere, ma lo fa col sorriso.
E' tutto scuro sotto un piccolo ombrello mezzo rotto, lui coperto da un giubbino che non solo non ripara dal freddo ma neppure dall'umido. Ho visto che lui ed altri si alternano, "raccattano" gli euri dei carrelli, e io il carrello non lo uso, quindi difficile che mi chiedano.
Però deve essersi avvicinato altre volte, anche in settimana mi pare, e ho risposto che non avevo monete. Non era una bugia, faccio parte di quelle persone che si riducono a volte senza neppure un euro nel portafoglio, un pò per disorganizzazione, ma soprattutto per via di brutte esperienze passate. Comunque mi era rimasta una specie di virgola nella pancia.
"Signora, mi dai qualcosa" - mi dice stasera.
"Non li ho" - rispondo.
Non è vero, stasera pochi ma li ho, solo non monete. E ho troppa paura di restare senza soldi per dare banconote.
"Tesoro, mi dispiace ma non sono ricca." rispondo senza guardarlo.
E anche questo è vero. So che pochi lo immaginerebbero, pochi hanno un'idea della mia vera situazione. Non faccio sfarzi, conduco una vita normale di persona assolutamente comune, ma la verità è che sto molto peggio, nessuno può immaginare i debiti, la mancanza di soldi, e la paura di perdere la dignità, restare senza lavoro, senza l'unica possibilità di far fronte alle rate. A volte mi sveglio la notte con la paura dentro, paura che accada qualcosa che non mi permetta di far fronte al piano serrato concordato con la banca per molti anni ancora.
"Ma è Natale" risponde lui con un tono un pò da bambino, mentre io chiudo lo sportello e mi avvio per salire in auto. E' così fastidiosa la virgola nella pancia. Istintivamente faccio due passi indietro, riapro la bauliera e allungo una mano frugando dentro ad un sacchetto; tiro fuori un pacco da 350 grammi di krisprolls integrali, non quelli originali naturalmente, quelli "taroccati" a marca del supermercato, secondo strategie per una spesa più conscienziosa.
Chiudo lo sportello e dico prima ancora di voltarmi "Se non ti offendi...."
E lì accade qualcosa....
E' stato un attimo, perchè lui aveva capito prima ancora che parlassi, e si era lanciato verso di me, un sorriso fino agli orecchi e gli occhi che luccicavano nel buio.
"No, no, mi piacciono!" ha detto prendendo il sacchetto dalle mie mani e sorridendo.
Non avevo mai dato da mangiare a un affamato. Non è una litania, è stato veramente così. Ho offerto carezze, sorrisi, conforto a persone che stavano male, e ho letto gratitudine nei loro occhi, ma mai, mai, mi era capitato di dar da mangiare a un affamato. E' qualcosa che non c'entra con Cristo, e la religione, la chiesa e il Natale.
Non so descrivervi cosa ho visto ma non dimenticherò mai i suoi occhi nel momento che ha capito gli stavo offrendo da mangiare.
Mentre si allontanava per stare da solo ho percepito la sua eccitazione nel cercare di strappare il sacchetto che non si apriva; era come una bolla, un'aura che lo circondava.
Il parcheggio veniva chiuso per la notte e lui, uscendo sotto l'ombrello rotto e la pioggia torrenziale, continuando a tentare di strappare il sacchetto, faceva grandi cenni di ringraziamento e saluto verso me, sempre con quel sorriso enorme.
"Buon Natale, buon Natale" continuava ad urlarmi.
So che può sembrare assurdo ma questi sono i momenti in cui vedo Dio. Perchè lui non ti parla come fa un tuo amico, Dio ti fa accadere le cose attorno, sta a te poi vedere.
Sono andata dai miei e sono rimasta lì un'oretta, stanca della giornata, sudata e desiderosa di una doccia, ma felice, oh così felice.
Nella mia auto c'è una cartella col portatile del lavoro e un pacco di documenti alto 6 centimetri. Sono molte ore di lavoro, documenti che probabilmente dovrò valutare domani sera, e sabato, e domenica, ma non importa. La mia spesa è piccola ma non importa. Ho una bottiglia di vino che mi sto gustando mentre scrivo, e il tavolo ricoperto di libri e bella biancheria da regalare ai miei amici. Si, ho "sprecato" ben 300 Euri per comperare tanti piccoli, davvero piccoli, regali per tutti i miei familiari ed amici cari. Avevo detto quest'anno di non fare regali ma pareva un Natale così triste, un Natale senza quel senso di famiglia, di coesione, che mi manca tanto e che trovo invece nel gesto di scambiarsi piccoli doni; quel senso di amore e condivisione che è così bello da sentire, e fa caldo al cuore.
Mi sento una regina. Rivedo ancora quegli occhi nel buio della notte sotto la pioggia.
Magari domani tornerò a lamentarmi ma stasera sono proprio felice, fortunata e molto felice.
lunedì 23 novembre 2009
Il Re del modellismo
http://www.youtube.com/watch?v=qaFYvqcL6DE&feature=related
Niente accade per caso, sono fatalista. Credo nel disegno io, per questo “subisco” il mio destino aspettando che arrivi anche per me la meritata gioia. Ed è meraviglioso vedere la felicità di mio cugino che ha appena saputo di diventare padre per la prima volta. Una nuova vita contro la perdita di una persona importante e cara. Altro clichè, eppure il mistero della vita e della morte è proprio questo. Tutto finisce ma non c’è fine. Restano le tracce. Resta ciò che ognuno è capace di raccogliere.
Tutto finisce ma non c’è fine. Restano le tracce. Resta ciò che ognuno è capace di raccogliere.
Ci sono momenti belli e momenti brutti nella vita di ognuno di noi. E poco importano i fatti esatti, siamo di passaggio, può accaderci di tutto, o anche niente, l’importante è la capacità di vedere oltre i luoghi comuni, saper assaporare le cose semplici restando fuori dalla banalità. Sembra una definizione un po’ troppo filosofica, lo so, soprattutto per me che amo i sapori un po’ più concreti della mera filosofia, eppure mi è venuto in mente in questi giorni, che ho avuto più tempo del solito per pensare. Il pensiero parallelo è un po’ la mia costante, a volte l’ho creduto una forma di follia, poi mi hanno rassicurato che i pazzi si credono normali, ma provate voi ad avere una specie di voce narrante dentro, la sensazione di vedervi, sdoppiarvi, e mentre prendete parte a qualcosa avere un pensiero che commenta o fa supposizioni, trova didascalie. A volte mi sono vergognata di questo, specie se accadeva in situazioni particolari, che a mio avviso richiedevano la totale dedizione, ora cerco di accettarlo come parte di me. Forse è solo conseguenza del raziocinio che mi impongo, e che non riesce mai completamente a coprire la mia vera natura. Comunque questa settimana il pensiero parallelo ha avuto libero sfogo, mentre più volte facevo avanti e indietro dalla città dove vivo, alla Val d’Orcia, a Grosseto, con il solo accompagnamento di un’emittente radio (di solito non ascolto la sola musica, mi porta troppo via e più di una volta mi sono “risvegliata” da qualche parte inconsapevole della strada percorsa).
Faccio parte di una famiglia di poche persone, che hanno sempre vissuto lontane ma sono affettivamente molto unite. Mio padre, suo fratello e sua sorella, si sono separati giovanissimi. Nonna morì in un bombardamento, mio padre aveva 14 anni, zio 18, zia 20. Credo che quella tragedia li abbia uniti indissolubilmente. In loro, ad ogni incontro, ho sempre visto l’affetto palese, profondo, pur dopo mesi e mesi di lontananza. Ognuno con una vita altrove, ma forte di quel loro legame. Ed è un legame che amo molto, che sento mio, per me che non ho radici se non in quella terra di Siena, dove praticamente non ho vissuto mai, ma dove stranamente riesco a ritrovarmi. Non so spiegare bene, non si tratta di un sentimento edonista perché sono luoghi fashion. Io lì dormo bene, sono meno inquieta, è qualcosa di emotivo ma anche fisico. La mia essenza che si sente a casa. A parte questo non potrei viverci, se non per brevi periodi, è una realtà che mi sta stretta, proprio come un grande albero, che ha bisogno di bucare la terra, allungarsi fuori e crescere, aprendosi sotto il cielo immenso.
Mai come in questa settimana, che è stata intensa, caotica, dolorosa, interminabile, ho capito come in ogni attimo ci sia un po’ di banale, di patetico, e di prezioso. Questa è stata la settimana senza sale, con un po’ di amaro e un pizzico di dolce. E mentre mio zio se ne andava proprio davanti a miei occhi, lasciandoci muti di sorpresa, io pensavo a quella morte che pareva un sonno, che d’improvviso era un mistero come mai mi era sembrata prima.
Mentre cercavo un motivo per accettare l’accaduto ho pensato alla vita. Mentre mi sdoppiavo dal dolore pensavo all’incanto. Le tracce di tutti noi in quello che resta.
Mentre cercavo un motivo per accettare l’accaduto ho pensato alla vita. Mentre mi sdoppiavo dal dolore pensavo all’incanto. Le tracce di tutti noi in quello che resta.
“E’ morto il re del modellismo”, ha intitolato la cronaca della città, un gesto di affetto di coloro che, non familiari, hanno voluto inviargli un saluto, ricordando la sua passione per quel mestiere che si era scelto moltissimi anni prima. “Dimostrava 15 anni meno dei suoi anni... non amava la popolarità”. Era un uomo con i piedi per terra che sapeva amare persone e cose, aggiungo io. I suoi modellini vivevano, usciva 4, anche 5 volte al giorno col suo Balzac, sentiva di far felice il suo cagnone fedele e amava condividere la sua gioia. Poi tornava a casa raccontando che ci aveva messo tanto perché era il cane ad “averlo portato giù giù fino alla questura”. Era una persona seria che sapeva ridere. Non l’ho mai visto mostrare disprezzo, non l’ho mai sentito parlare con amarezza. Nella malinconia dei ricordi il pensiero parallelo mi mostra i luoghi comuni, “coloro che se ne vanno sono sempre i migliori”, e “i ricordi che restano sono spesso belli”, ma la verità è che questi sono solo in parte ricordi miei, per lo più sono tracce raccolte in giro, osservate in persone che testimoniavano il loro affetto.
Mentre il prete officiava, e parlava dell’aldilà, e reagiva al grido di mia zia, che davanti a tutti urlava il suo dolore negando il mistero della fede, per quel suo non accettare il caso, un furgone che cieco di fretta 3 settimane fa passava mentre zio attraversava le strisce con Balzac, in quell'attimo il pensiero parallelo mi diceva che in fondo tutto è comunicazione, anche questo, ed è un peccato che la religione a volte non abbia il linguaggio giusto per parlare a chi è invaso dal dolore. Perdere la fede davanti ad una grande perdita è un clichè, eppure, perché la fede unisce ma la religione divide?
Niente accade per caso, sono fatalista. Credo nel disegno io, per questo “subisco” il mio destino aspettando che arrivi anche per me la meritata gioia. Ed è meraviglioso vedere la felicità di mio cugino che ha appena saputo di diventare padre per la prima volta. Una nuova vita contro la perdita di una persona importante e cara. Altro clichè, eppure il mistero della vita e della morte è proprio questo. Tutto finisce ma non c’è fine. Restano le tracce. Resta ciò che ognuno è capace di raccogliere.
Zio non ha sofferto, c'è un disegno anche in questo, ha dormito tutto il tempo fino al nostro arrivo. E mi sono chiesta quale fosse la ragione per cui non ci ha lasciati subito. Se n’è andato da solo, proprio al momento in cui anche noi eravamo davanti a lui, dopo giorni in cui ci siamo uniti con visite, telefonate, messaggi. Sono stati giorni durissimi e strani per me, trascorsi in auto in mezzo al traffico pesante, o in case lontane a prendermi cura di anziani da consolare, con le sere e le nottate al computer a recuperare le ore di lavoro, senza dormire, piene di caffè. Giorni in cui ho pianto pochissimo, pieni di abbracci, e mani strette, e carezze. Mia cugina mi ha sorpreso chiamandomi cara così tante volte. Lo so, lo sappiamo, ma non siamo solite dircelo.
Oggi ho tentato inutilmente di seguire un film, “Domenica, maledetta domenica”. E’ il genere che di solito piace a me (si, Van Damme non è il mio tipo), con personaggi appena trasgressivi, mediamente inquieti o comunque non convenzionali, storie che mostrano le emozioni dei personaggi. Quelle vere, non come usa in molti film americani, dove per mostrare emozione si fa fare una cantatina a qualcuno. Oggi però il film non lo seguo, manca la sincronia. E’ qualcosa di sottile, malinconico e dolce.
Ho sempre pensato che la vita sia un po’ come una musica, tutto è soggettivo certo, ma credo che in una melodia siano necessari dei toni drammatici perchè ti tocchi dentro veramente. E allora così come si passa da note più delicate ad altre, magari singole, più forti, così forse è la vita. Io voglio la notte, una falce di luna, la luce del primo mattino e la nebbia che ho visto ieri. Voglio la luce, la gioia e il melodramma, la dolcezza della malinconia e sfinirmi di brividi. Voglio essere buona, e generosa, e vedere tracce di me in chi amo. Sono un’inguaribile romantica, lo ammetto, e lo sarò fino alla fine. Ora vorrei poter godere della dolce ebbrezza di un buon vino dimenticando ogni conseguenza.
Il pensiero parallelo è silenzioso. so che sto “sedimentando”. Prima o poi ogni dato verrà elaborato e allora forse sarò più ricca, più matura spero.
Tutto finisce ma non c’è fine. Restano le tracce. Resta ciò che ognuno è capace di raccogliere.
sabato 31 ottobre 2009
Eppure sentire (Un senso di te)
http://www.youtube.com/watch?v=WsQ4TL0d7MQ
.
A un passo dal possibile
A un passo da te
Paura di decidere
Paura di me
Di tutto quello che non so
Di tutto quello che non ho
Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è
un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è
Un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
Un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te
.
.
.
Elisa
.
A un passo dal possibile
A un passo da te
Paura di decidere
Paura di me
Di tutto quello che non so
Di tutto quello che non ho
Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è
un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è
Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è
Un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
Un senso di te
mmm...mmm...mmm...mmm...
C'è un senso di te
.
.
.
Elisa
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sogni
domenica 25 ottobre 2009
Domenica
Così leggendo è trascorsa la domenica.
Letture insolite per me, di solito mi oriento su altro. Ma c'è questa specie di voglia di capire, e crescere direi. Si, anche sotto questo aspetto.
Che ci sia una parte di me ancora largamente adoloscenziale è un fatto inequivocabile, é in parte un cruccio per me. Non facile da accettare, ma che fare.
Così approfondisco, vago tra le frasi malscritte, supero gli errori di ortografia e scarto tutte le cose più brutte, l'ignoranza palese, la grossolanità, trattenendo solo ciò che mi sembra più bello.
Cerco il succo anche in questo, tra la volgarità.
E' paradossale. Se lo sapesse S. probabilmente coglierebbe l'occasione per schernirmi di nuovo e sbattermi addosso le sue parole pesanti,senza delicatezza. Mi urlerebbe la sua verità senza capire che in fondo quello che faccio è molto più simile a quello che mi incita a fare di quanto sembri.
Perchè della filosofia m' importa poco, quello che voglio è solo essere donna. E sentirmi bambina mi piace poco, fomenta le mie insicurezze. C'è un emisfero immenso di cui non so niente, dentro e fuori me. Mille mondi ancora da esplorare, elaborare. Sto formando il mio gusto, così come si fa per l'abbigliamento, per l'arredamento, sondando riviste e negozi, osservando merci e sedimentando dentro ogni informazione che poi si trasformerà in input personali e assolutamente inconfutabili. E' un pò tardi ma sono ancora in tempo.
Quello che ignori delle donne è davvero tanto sai. Certo ognuno è diverso, ma tutti, tutte, abbiamo un enorme magnifico mondo segreto che nulla ha a che vedere con l'allenamento dei muscoli, con l'approfondimento dei testi, con la fisica e la filosofia. Queste sono cose da uomini.
Esiste invece un altro aspetto altrettanto grande: il cuore. C'è questa cosa immensa che io invece voglio allenare, che può essere così potente da spazzare via ogni cosa, l'inesperienza, l'ignoranza, la paura, l'arroganza. Il cuore di saper essere vicino all'altro, sapersi immedesimare nell'altro. L'esserci: Viva, presente, delicata. Percepire e condividere ogni sensazione.
Forse non è eccitante. Serve ad altro.
Letture insolite per me, di solito mi oriento su altro. Ma c'è questa specie di voglia di capire, e crescere direi. Si, anche sotto questo aspetto.
Che ci sia una parte di me ancora largamente adoloscenziale è un fatto inequivocabile, é in parte un cruccio per me. Non facile da accettare, ma che fare.
Così approfondisco, vago tra le frasi malscritte, supero gli errori di ortografia e scarto tutte le cose più brutte, l'ignoranza palese, la grossolanità, trattenendo solo ciò che mi sembra più bello.
Cerco il succo anche in questo, tra la volgarità.
E' paradossale. Se lo sapesse S. probabilmente coglierebbe l'occasione per schernirmi di nuovo e sbattermi addosso le sue parole pesanti,senza delicatezza. Mi urlerebbe la sua verità senza capire che in fondo quello che faccio è molto più simile a quello che mi incita a fare di quanto sembri.
Perchè della filosofia m' importa poco, quello che voglio è solo essere donna. E sentirmi bambina mi piace poco, fomenta le mie insicurezze. C'è un emisfero immenso di cui non so niente, dentro e fuori me. Mille mondi ancora da esplorare, elaborare. Sto formando il mio gusto, così come si fa per l'abbigliamento, per l'arredamento, sondando riviste e negozi, osservando merci e sedimentando dentro ogni informazione che poi si trasformerà in input personali e assolutamente inconfutabili. E' un pò tardi ma sono ancora in tempo.
Quello che ignori delle donne è davvero tanto sai. Certo ognuno è diverso, ma tutti, tutte, abbiamo un enorme magnifico mondo segreto che nulla ha a che vedere con l'allenamento dei muscoli, con l'approfondimento dei testi, con la fisica e la filosofia. Queste sono cose da uomini.
Esiste invece un altro aspetto altrettanto grande: il cuore. C'è questa cosa immensa che io invece voglio allenare, che può essere così potente da spazzare via ogni cosa, l'inesperienza, l'ignoranza, la paura, l'arroganza. Il cuore di saper essere vicino all'altro, sapersi immedesimare nell'altro. L'esserci: Viva, presente, delicata. Percepire e condividere ogni sensazione.
Forse non è eccitante. Serve ad altro.
sabato 3 ottobre 2009
Bellezza
http://www.youtube.com/watch?v=Mja04fbbcFs&NR=1
E' questo per me.
E a volte, sentirne dentro un pò, diventa indispensabile.
.
.
.
Yearning for more than a blue day
I enter your new life for me
Burning for the true day
I welcome your new life for me
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Losing, it comes in a cold wave
Of guilt and shame all over me
Child has arrived in the darkness
The hollow triumph of a tree
Forgive me, Let live me
Kiss my falling knee
Forgive me, Let live me
Bless my destiny
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Weakness sown, Overgrown
Man is the baby
(Antony Hegarty)
E' questo per me.
E a volte, sentirne dentro un pò, diventa indispensabile.
.
.
.
Yearning for more than a blue day
I enter your new life for me
Burning for the true day
I welcome your new life for me
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Losing, it comes in a cold wave
Of guilt and shame all over me
Child has arrived in the darkness
The hollow triumph of a tree
Forgive me, Let live me
Kiss my falling knee
Forgive me, Let live me
Bless my destiny
Forgive me, Let live me
Set my spirit free
Weakness sown, Overgrown
Man is the baby
(Antony Hegarty)
domenica 27 settembre 2009
Stasera
E suoni di tamburi. Voci incomprensibili. Lingue che si mischiano. E neri che ballano vestiti di colori. La vita mi raggiunge mentre dal portone scendo il gradino sulla strada fiorita, la respiro muovendomi su per la via. E’ un mantello che si stende su su, sulla pietra e l'asfalto. Ci sono rose, erica bicolore, violette, gigli, anturium, ortensie a palla e giunchiglie. Rosso, rosa, bianco, viola, blu, arancio, sfumature su sfumature come un tappeto che poi finisce e ridiventa strada di pietra.
Prendo una rosa per mia madre. “Come la vuoi?” “Gialla” rispondo.
“E’ bellissima. La tengo per me!” scherza lui col sorriso infantile. Pago e me la porto via tra le braccia, ridendo. Col passo incerto, sui tacchi alti a zigzag tra pietre spioventi, attraverso la folla, mi tiro fuori dai fiori, verso la quiete. E allora ti vedo, ti avvicini dal passato, lo stesso viso sfrontato tra i capelli sconnessi, e tutto quel grigio sopra, che ora sono gli anni trascorsi.
Ti guardo dritto gli occhi, ti supero, ma non riesco a resistere, anche mentre continuo a camminare mi volto e guardo indietro, incurante che non sei solo, che tu mi veda, e chissà dove ho trovato questo coraggio che non c’è mai. Sorrido e ti fermi. Anche io, si fermano tutti.
“Ciao!” diciamo sorpresi.
“Ma come sei diventata....” ci pensi. “Ma come sei diventata....” ripeti.
Poi ci abbracciamo e baciamo sulla guancia.
“Vecchia” rispondo io ridendo.
“No” dici tu “No. Sei sempre uguale.” Leggo nei tuoi occhi. Sorpresa. Ammirazione. Nostalgia. Tenerezza.
Il mio cuore trabocca. Dolce. C'è una punta di vanità compiaciuta. Affetto che riaffiora dal passato. E poi abbasso gli occhi sul bambino che ci guarda.
“E’ tuo figlio? Il tempo passa.....”
“E’ tuo figlio? Il tempo passa.....”
“Si” – rispondi – “mio e di Maria...ricordi??’
Sorridendo ci allontaniamo, ognuno per la propria strada. Ricordo tutto, ogni momento, anche dopo quanto, 22 anni; il tempo sembra rallentato, tornato a galla da chissà dove. Ma sono felice, mi hai fatta felice, volo sulle punte verso la sera. Guido a casa dei miei, faccio le cose di sempre, doveri, consuetudini, il solito quotidiano, con le immagini del passato che si srotolano tra le tempie, come musica dagli auricolari, una frequenza a parte.
Quando torno alla mia piazza è ancora festa. M’infilo tra le bancarelle, l’odore di cibo mi dà alla testa mentre ci spostiamo a fatica. Il suono dei tamburi è assordante ma io cerco, cerco, cosa. Muovendo tra le tende del mio passato, cerco la me di allora. Ma sono qui. Non dietro l’angolo, qui, non altrove. Allora scivolo, tra la folla, indietro verso casa. Apro il portone e salgo su, verso la mia quiete monotonia, ma con un po’ di tenerezza in più.
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sabato 29 agosto 2009
Sensazioni
Vi è mai capitato di sentirvi il cuore gonfio, ricolmo che pare straripare, e vorreste allungare il braccio tendere la mano e fondervi con la persona davanti a voi
Però non si può, e ve ne restate immobili per timore che tutta questa cosa straripi e si riveli
Con la frustrazione che ammanta quel senso di tenerezza che vi pervade
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martedì 4 agosto 2009
Gli ostacoli del cuore
C'è un principio di magia
Fra gli ostacoli del cuore
Che si attacca volentieri
Fra una sera che non muore
E una notte da scartare
Come un pacco di natale
C'è un principio d'ironia
Nel tenere coccolati
I pensieri più segreti
E trovarli già svelati
E a parlare ero io
Sono io che li ho prestati
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
C'è un principio di allegria
Fra gli ostacoli del cuore
Che mi voglio meritare
Anche mentre guardo il mare
Mentre lascio naufragare
Un ridicolo pensiero
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose devi meritare
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
C'è un principio di energia
Che mi spinge a dondolare
Fra il mio dire ed il mio fare
E sentire fa rumore
Fa rumore camminare
Fra gli ostacoli del cuore
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non vuoi sapere
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
(Elisa)
Fra gli ostacoli del cuore
Che si attacca volentieri
Fra una sera che non muore
E una notte da scartare
Come un pacco di natale
C'è un principio d'ironia
Nel tenere coccolati
I pensieri più segreti
E trovarli già svelati
E a parlare ero io
Sono io che li ho prestati
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
C'è un principio di allegria
Fra gli ostacoli del cuore
Che mi voglio meritare
Anche mentre guardo il mare
Mentre lascio naufragare
Un ridicolo pensiero
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose devi meritare
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
C'è un principio di energia
Che mi spinge a dondolare
Fra il mio dire ed il mio fare
E sentire fa rumore
Fa rumore camminare
Fra gli ostacoli del cuore
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non puoi sapere
Quante cose da portare nel viaggio insieme
Quante cose che non sai di me
Quante cose che non vuoi sapere
Quante cose da buttare nel viaggio insieme
(Elisa)
domenica 2 agosto 2009
Nei silenzi
Scorrono morbide curve di una strada da percorrere
vanno via ruvidi giorni di un novembre senza nuvole
la rugiada È un velo di pellicole che avvolge luci e
prospettive surreali
e penso a te, solo tu puoi sentire, puoi comprendere
Nei silenzi, dentro le parole che non ti ho mai detto
é chiaro quanto t'amo e non saprei immaginare la mia
vita senza te
troverei energie, le mie ultime risorse le userei
per tornare ogni volta da te o raggiungerti
dall'altra parte del mondo
tra i vapori e nebbie di fuliggine
tra milioni di persone e oceani blu china
io sarò là dove sei tu che sai leggere nei miei pensieri
e non ho più misteri.
Nei silenzi, in un'emozione rotta da un respiro
é chiaro quanto t'amo e non saprei immaginare la mia
vita senza te
t'amo e non saprei immaginare la mia
vita senza te
(Raf)
vanno via ruvidi giorni di un novembre senza nuvole
la rugiada È un velo di pellicole che avvolge luci e
prospettive surreali
e penso a te, solo tu puoi sentire, puoi comprendere
Nei silenzi, dentro le parole che non ti ho mai detto
é chiaro quanto t'amo e non saprei immaginare la mia
vita senza te
troverei energie, le mie ultime risorse le userei
per tornare ogni volta da te o raggiungerti
dall'altra parte del mondo
tra i vapori e nebbie di fuliggine
tra milioni di persone e oceani blu china
io sarò là dove sei tu che sai leggere nei miei pensieri
e non ho più misteri.
Nei silenzi, in un'emozione rotta da un respiro
é chiaro quanto t'amo e non saprei immaginare la mia
vita senza te
t'amo e non saprei immaginare la mia
vita senza te
(Raf)
sabato 20 settembre 2008
Oggi
Tutti gesticolano, parlano, parlano al telefono prevalentemente, sono distratti. Ogni metro che ho percorso oggi era pieno di gente, tutti presi da sé stessi, senza vedere.
Ho pensato: chissà quante volte sono stata così.
All’andata ho scontrato un gruppetto con una ragazza cieca. Ho visto prima il suo bastone bianco, fatto a sezioni, come uno di quei metri da falegnami che si ripiegano tutti. Ho visto il bastone e ho capito. Così le ho guardato il viso, gli occhi, tanto non poteva vedermi. Aveva le iridi che sembravano girate. E per un momento, un momento lungo un anno, per quel momento mi sono vergognata. Non so perché, non è colpa mia se è cieca, eppure mi sono vergognata: una bruciante scivolosa densa vergogna. All’andata ero di fretta, faticavo sui pietroni sconnessi del pavè col mal di schiena che litigava con la lena e la foga di fare svelta. Sentivo la grinta dipinta sul viso e sapevo mi avrebbero vista brutta. E ho lasciato perdere, chè in fondo brutta è come sono, brutta per l’amarezza, la vuotezza, la delusione, il senso di sconfitta. E’ come un terriccio puzzolente depositato sul fondale e l’acqua non può essere che nera e putrida. Ed ho persino smesso di prendermela se in fondo sono brutta così, che tanto non posso più farci niente, tanto è così. Mentre tornavo non sentivo più nulla, neppure il mal di schiena. Mentre tornavo era la gente, tutta quella gente che vedevo. Ognuno cieco in mezzo alle persone, in mezzo ai fatti, al vento, al sole e all’aria mattutina del mezzogiorno.
E ho scontrato una bambina sul passeggino guidato da suo padre. E lui mi ha guardato e io volevo essere lei senza quel padre. E la vedevo con le braccine spalancate un po’ sporta in fuori a guardare l’aria intorno a se con gli occhi spalancati e golosi. E volevo quegli occhi che vedevano, vedevano tutto, tutto ciò che accade. Vedevano tutto ciò che davvero c’è, e oltre.
domenica 3 agosto 2008
Sempre la solita lagna
Mi sa che era meglio quando scrivevi del mal d’amore…o dell’assenza d’amore…o delle fregature dell’amore…o delle pare che ti fai nella caccia all’amore…che poi è sempre la stessa storia fatta di malintesi e di furbizie di quelli più furbi di te e di strazio di te che arrivi sempre dopo…mi sa che era meglio quando si stava peggio…eccetera eccetera….perchè ora che hai chiuso la porta così le pare non te le fai più…ora che non entra più neanche un filo di linfa vitale…ora che la debolezza..che poi sarebbe la tenerezza… l’hai chiusa fuori per sempre…almeno così dici a te stessa…ora c’è qualcosa di ben peggiore da fronteggiare…
perché ora che tutto il tuo universo è la professione…la carriera pensavi…ora che anche in questo settore hai ottenuto lo stesso identico risultato di sempre…mettere tutta te stessa…dar via tutto ciò che avevi…piena di aspettative...e le cose manco a dirlo non sono andate come ti aspettavi…ora c’è da fare i conti con qualcosa di peggio che la tristezza…ed il rimpianto…e il bruciore della ferita momentanea…ora sul piatto della bilancia c’è il risultato di tutta la tua vita…perché sull’amore in fondo non ci hai contato mai…in fondo l’hai sempre saputo che per te non sarebbe stato semplice vivere “l’Amore”…trovare la persona giusta…lo sai come sei fatta…ma la professione…quella è la tua vita…è sempre stata il tuo cardine…quello per cui tirare avanti…la cosa cui attaccarsi di fronte ad ogni smarrimento…ora che anche qui la botta è arrivata…e questa volta davvero forte…molto molto forte…ora il conto è pesante…ora c’è da gestire questo cuore pieno di amarezza…e di rancore…di veleno…e per resistere a tutto tiri fuori di tutto…la corazza più dura…l’espressione più severa…la voce più tagliente…lo scatto più aggressivo…ora spazzi via dalla tua vita ogni fragilità…ti aggrappi alla razionalità più estrema…ora diventi brutta….non ti curi più…non ti trucchi più…non ti guardi più…e per resistere diventi pesante…e metti su chili e chili…che devi andare avanti ogni giorno senza cadere più…e quello che senti dentro ti ripugna…e ti scopri che ripeti sempre le stesse parole…pensieri assillanti…hai letto una storia terribile di un ragazzo violentato che da adulto aveva pensieri ossessivi…e ti vergogni tanto di avere quello stesso sintomo…che in fondo il tuo è solo un mal dell’esistenza…di quella tua mancanza di equilibrio tra il dare e l’avere…di quel tuo non avere imparato mai a credere meno a chi non conosci bene…e ti vergogni perché tutto questo è esperienza dell’adolescenza…e non puoi dirlo a nessuno che tu la vivi quasi a cinquant’anni…ti vergogni di non saper gestire il vortice…di frustrazione…di rabbia…di dolore…di non avere il minimo autocontrollo…e non ti piaci…tutto questo non ti piace…e senti le cose che si accumulano…strati su strati…e sarà impossibile spiegare…spiegare agli altri chi sei…chi sei veramente…sarà come Michelangelo…che del suo Davide disse di aver soltanto tolto strati di marmo e l’opera meravigliosa era già sotto…ma non sarà così…la realtà non è cosi…e forse allora meglio tornare al peggio che forse era meglio…meglio piangersi addosso sul blog…che ti fa pure pena ma almeno un po’ di questo rancore uscirà fuori…almeno un po’ di veleno tracimerà via da te sperando che sia meglio…e poi magari qualche visitatore te ne canterà tre o quattro…che non è nemmeno giusto dato che questo è un posto pubblico ma privato…ma comunque te ne canterà quattro qualcuno che non ha voglia di trovarsi sempre lagne davanti agli occhi…e allora tu smetterai per cinque minuti…per cinque minuti smetterai di avercela con loro…che poi sarebbe con te stessa…fino alla prossima volta…al prossimo attacco di rabbia…al prossimo veleno…e ancora ti interroghi…ti lambicchi il cervello se esista mai una cura…una trasfusione che faccia diventare leggere le anime pesanti…che renda pulito il sangue di chi ce l’ha avvelenato…che il tuo orgoglio è sempre stato l’innocenza…l’anima pulita…e ora senti che non è più così
Lui
Il silenzio. Il silenzio in testa. Anche quella mattina aveva aperto gli occhi nel silenzio. Aveva mosso lo sguardo nello spazio familiare della sua camera, osservando le linee pulite e rassicuranti del comò alla destra del letto, la lampada, la piccola poltrona, il tavolo nell’angolo opposto, accanto alla finestra, dove raggi di luce attraversando le tende chiare tagliavano l’aria della stanza. Il silenzio era divenuto assordante. Cercò di ricordare quando era cominciato, quel silenzio gli pareva familiare e al tempo stesso estraneo. Vide i suoi vestiti pendere dall’attaccapanni, appoggiati lì dalla sera prima, e scese dal letto trascinandosi in direzione del bagno, lasciando scomposte dietro sé le lenzuola bianche. Entrò sotto i getti caldi della doccia, appoggiandosi con le mani al rivestimento sul muro, gli occhi chiusi, lasciando che l’acqua gli scorresse sui capelli e sul viso e giù giù sul corpo scivolando via nello scarico. La musica era parte della sua vita dall’inizio della sua memoria. Gli tornò in mente la prima volta davanti al piano, quel grande piano a casa degli zii, lui seduto lì coi piedi che dondolavano nel vuoto, e intorno a sé gli sguardi divertiti degli adulti, il sorriso orgoglioso di sua madre, quello semicelato e compiaciuto di suo padre. Il piano che nella sua vita era stato gioco, scoperta, conquista.. Quel silenzio ora era ingombrante. Voleva indietro la sua solita vita. Voleva indietro la sua follia, quando la sua testa era sempre fissa sulla musica, sollevato un metro da terra, come colpito da un virus. Ora invece gli pareva la vera malattia. Chiuse l’acqua e si strofinò forte con l’ asciugamano, quasi a ricercare il vecchio se stesso, e nello specchio sopra il lavabo vide la sua immagine. Aveva il corpo di chi ha scordato spesso di mangiare, trascorrendo notti insonni e anni chiuso a creare, la sigaretta fedele compagna, e lo sguardo libero da ogni rabbia di chi ha vissuto nutrendo l’anima. Riccioli gli scendevan o scomposti attorno al viso, scostò una ciocca sulle tempie, in un gesto ansioso, guardando più da vicino. Aveva 47 anni, ed era ancora un giovane uomo, si disse, e si stupì che fosse questa la prima volta che ci pensava, la prima volta che faceva bilanci, costretto dal quel silenzio in testa che ora sembrava accanirsi contro di lui.
In cucina, aspettando che salisse il caffè, accese la radio, fece scorrere i canali. Pensò che la musica era stata per lui la scoperta di emozioni nella pienezza e nell’assoluta libertà in cui esse si possono esprimere. Da sempre lo aveva attratto in modo inconsapevole in una dimensione eterea e mistica catturandolo nella sua magia come un innamoramento. Ricordò i suoi amori da giovane, turbolenti e contrastati, le donne che ogni volta aveva creduto di amare, che inevitabilmente si allontanavano deluse, stanche di aspettare. Certo, si disse, difficile da capire per chi non prova lo stesso. A volte si alienava a tal punto da perdere la cognizione del tempo, del luogo. Stava tra i suoi spartiti ore, giorni, dimenticando di mangiare, di dormire. Si trovava improvvisamente catapultato su di un altro pianeta saltando gli impegni precedentemente presi, disinteressandosi di cose a cui prima era interessato. Era vittima della dolcissima, straziante, incontrollabile seduzione di quell’amore: la musica. Si interrogò se in fondo avesse mai realmente perseguito un ideale preciso di donna, di amore, o se ogni volta fosse piuttosto caduto sedotto da una visione di bellezza, colpito da emozione bruciante in quel miraggio di armonia che sempre lo irretiva per stemperarsi poi nel divenire. Di tutti gli amori, la musica era l’unico ad averlo accompagnato per tutta la sua vita, lasciandolo sempre appagato. Fino ad allora.
Una voce morbida, lievemente rauca, e fermò le dita che scorrevan o sulla manopola di selezione. Bevve il caffè lasciando che le note colmassero l’aria e quella voce scendesse piano e dolce dentro di lui. Quella voce ora evocava spazi e tempi lontani. Si guardò intorno, e nella quiete del primo mattino, circondato di comode abitudini, ripensò ai suoi, una vita trascorsa insieme. Anche nell’ultimo viaggio sua madre aveva seguito suo padre quasi subito. Un modello, una struttura di vita, quella dei suoi, da lui inconsapevolmente inseguita, forse, fatta di rigore, forza d’unione, e amore semplice, pacato, di sentimenti riservati e stabilità. Cercò d’immaginarsi molti anni più avanti. Quella voce morbida dalla radio ora gli suggeriva dell’altro. Ora vedeva quella sua indipendenza, la ricerca di armonia, il suo desiderio di migliorarsi, quella sensibilità espressa attraverso la sua arte su cui aveva concentrato sé stesso, ritirandosi spesso nel suo mondo fantastico, come portarlo lontano, via da quel modello di vita che sentiva ora di volere per sé.
Riordinò la stanza con pochi gesti consueti, vecchi di anni, in una disciplina trasmessagli da suo padre come un nome. Un insegnamento, quella disciplina, che con perseveranza, determinazione, lo aveva portato fin lì, quasi in equilibrio tra istinto e ottimismo. Ripensò ai suoi anni di studio lontano da casa, e ai sacrifici fatti da suo padre, che lo sognava ingegnere. A quei pomeriggi e sere rubati alle lezioni e ai libri, e trascorsi invece nei locali, nei piano-bar, per non privarsi mai della gioia di suonare ogni giorno. E si ricordò di quella prima volta che gli avevan o offerto di suonare come lavoro, i primi soldi guadagnati con la sua musica, a cui ne erano seguiti altri, e la gioia infinita di divenire indipendente della sua arte, quando finalmente anche suo padre aveva capito e si era arreso, supportandolo da quel momento in poi, come già aveva fatto quando da piccolo, orgoglioso di quel figlio e del suo talento, aveva assecondato la sua passione per il piano permettendogli di studiare musica, senza mai immaginare che potesse farne un mestiere. Alla sua famiglia, a suo padre, sentiva di dovere tutto. Tutto ciò che era, che aveva raggiunto. Perché nella sua terra la gente lavorava duro, i mestieri che si fanno sono altri. Vivere d’arte. Dentro di sé sentì sgorgare una riconoscenza profonda, viva e pulsante, e insieme ad essa il senso di colpa, per quel silenzio che ora invece l’invadeva, ora che il successo era raggiunto, che tutti suoi obiettivi, i suoi sogni, si erano realizzati. Ora lo smarrimento colpiva i suoi sensi. Ora neppure la fede, quella fede che coltivava da sempre, sembrava spiegare quel mutamento. Ora era preda di quel silenzio che gli offuscava la mente, stillava angoscia nella sua anima, gli bloccava le membra.
Finì di vestirsi, semplicemente, con cura, e prese a riporre pochi oggetti in una piccola sacca nera. Portafoglio, documenti, un taccuino, una matita, un libro di Vinicius De Moraes, “Per vivere un grande amore”, poi aprì la porta e si avviò a piedi per le strade di Roma. Anche questo era parte di quella disciplina innata, il ricercare se stesso vagando solo in mezzo alla moltitudine. Era un mattino d’inizio aprile, quando l’aria è già tiepida e profumata, e la primavera è ovunque e tutto il creato sembra incitarti a gioire, a partecipare alla vita. Di tutte le città dove aveva vissuto da quando aveva lasciato la sua terra, moltissimi anni prima, Roma era l’unica dove riusciva a ritrovarsi. E lì aveva scelto di fermarsi. Lì, circondato di bellezza e di storia, in mezzo all’arte e ai popoli di tutto il mondo, lì sentiva Dio. Gli tornò alla memoria il mare della sua terra, e quelle albe da piccolo, trascorse con suo padre sulle rive dove i pescatori tiravano le reti. E quell’orizzonte lontano, quello spazio immenso e arcano dove allora lui credeva dimorasse Dio, quando la luce del sole si mischiava all’acqua del mare, e nel dissiparsi della nebbia restavano solo i riflessi delle prime luci sulla macchia scura dell’acqua a farla luccicare. In quella terra sua madre gli aveva trasmesso la fede, e insegnato l’amore. L’amore puro e quotidiano, grande e universale. Amore per il prossimo e per quella terra, le sue origini, le cose vere e semplici. E di questo semplicità era vissuto tutta la vita, come in un credo ulteriore, un’altra forma di religione. Questo era il dono che sua madre gli aveva lasciato, la forza che lo aveva guidato da sempre. Ora era il momento in cui sua madre gli mancava di più. Ora per la prima volta sentiva in sé quella forza vacillare ed ecco di nuovo quello smarrimento. Di tutte le solitudini che aveva vissuto negli anni era ora che per la prima volta si sentiva solo. Ora che la sua follia si era dissipata come quella nebbia mattutina sul mare lasciando improvvisamente alla luce del giorno la sua reale solitudine. Ora che non c’erano più i suoi a colmare il suo immenso bisogno di affetto quotidiano, che non aveva più l’abbraccio stabile della sua famiglia, proprio ora la musica nella sua testa era divenuta muta e l’amore si era allontanato. Ora il successo, le comodità, gli amici, sembravano essersi fatti da parte a mostrargli tutti uno spazio ancora vuoto intorno a lui. E allora gli riecheggiò nelle orecchie quella voce morbida e dolce trasmessa alla radio al mattino, una voce che sapeva di casa, e di amore, e compagnia, e affetto profondo, e certezze, e pensò che una voce così poteva colmare lo spazio, anche quello vuoto intorno a lui. Pensò che voleva innamorarsi di nuovo ma non come una follia. Pensò che voleva innamorarsi nella certezza di un’unione forte, semplice, pura come i valori in cui credeva. Pensò che ora non voleva sognare. Ora voleva sperare, e credere, e costruire. Ora voleva svegliarsi con l’amore in testa, ed il sorriso sulle labbra e negli occhi, e la donna della sua vita accanto a sé.
venerdì 9 maggio 2008
Risveglio
La sensazione nebulosa di essere spinta via lontano e riaffiorai dal sonno. Su un angolo tra parete e soffitto si allargavano i raggi del sole mattutino che filtrava dalle persiane. Per qualche secondo sbattei le palpebre. Dovetti ampliare il campo visivo per ricordare che ero a casa di Stefano. Cioè di Luca amico di Stefano. Un senso di caldo alle gambe e acciambellata sul letto accanto ai miei piedi, la gatta mi osservava con due enormi sfere gialle, immobile come una sfinge. Mi allungai a toccarla sotto il muso.
Girai la testa di lato e vidi Stefano accanto a me che dormiva ancora. La sera prima avevamo vagato per i locali di Roma, incontrato conoscenti di Stefano, ballato, io e lui, in compagnia, da soli. Ci eravamo divertiti, poi rientrando ci eravamo amati di nuovo. Era diverso dall’altra volta. Più tenero, appassionato. Pensai a quando di notte, addormentato, cambiando posizione si era girato dalla mia parte allungando un bacio nel buio, per poi continuare il suo sonno. Mi voltai di nuovo verso di lui. Dormiva agitato, a volte si scuoteva d’ un piccolo tremito breve, poi il suo respiro prendeva un ritmo più quieto, come un brutto sogno da cui si fosse svegliato, restando però ancora dentro al limbo del sonno. Pensai che era stato davvero molto dolce. Ed era così facile crederci. Ma lui dormiva. Ed era giorno ormai. Tentai inutilmente di riaddormentarmi. Mi giravo e rigiravo, le gambe irrequiete. Guardai la luce oltre la persiana. Doveva essere ormai metà mattina. Mi chiesi quanto tempo sarebbe rimasto lì a Roma. Stefano si occupava della sicurezza per una società che organizzava eventi a livello internazionale. Era un lavoro delicato, un po’ silenzioso. Pensai che in fondo gli si addiceva. Aveva bisogno di sentirsi “speciale”, non avrebbe saputo rassegnarsi ad un impiego “comune”. Voleva essere uno “tosto”, efficiente, e in fondo il “militare” era quello che sapeva fare meglio. Ora che lo guardavo dormire però, la lunga cicatrice sulla coscia, un’altra più piccola sulla schiena, proprio sotto la scapola, mi appariva così fragile. Ricordai che aveva sognato sin da bambino di fare il calciatore, ed era bravo, ma all’età di 16 anni un grave infortunio aveva definitivamente concluso la sua carriera sportiva. Col servizio di leva, gli si era parata davanti la possibilità di una carriera militare, fatta di missioni dai lauti compensi. Ci si era buttato a capofitto fino a quando non ce l’aveva fatta più. Aveva mollato tutto. A volte mi chiedevo quanto c’era di tutto questo nei suoi silenzi.
Mi allungai e tirai la gatta vicina, presi a carezzarla dietro le orecchie. Non faceva grandi movimenti, si lasciava coccolare, strizzando gli occhi, crogiolandosi pigramente nel piacere. Mi rannicchiai in un angolo del letto, in attesa, la gatta sempre accanto, scrutando Stefano.
Non so quanto tempo trascorse. Infine mi alzai e mi chiusi in bagno facendo scorrere l’acqua nella doccia. Quando uscii sentii Stefano chiamare il mio nome. In camera non c’era. Mi venne incontro dallo studio, sporgendosi per un bacio.
“Mi sono svegliato e non c’eri più” disse.
“Dormivi” risposi.
“Potevi svegliarmi” insisté lui.
“Dormivi così bene” dissi ancora senza guardarlo.
“Mi avrebbe fatto piacere aprire gli occhi e trovare te.” disse alzando una mano a sfiorarmi la guancia.
“In cucina ti ho lasciato del caffè caldo” aggiunse poi rientrando nello studio.
Mi avviai incerta. Come spiegare. Come Capire.
Dopo il caffè andai a vestirmi. Stefano mi raggiunse chiedendomi cosa volevo fare. In realtà volevo solo stare con lui ma qualcosa m’impediva di dirlo. “Quello che vuoi tu” dissi invece.
Con la moto di Luca andammo al mare, in un posto di nome Piovosa, mai sentito prima. La moto, altra cosa a me sconosciuta. Quando avevo provato a dirlo a Stefano lui si era messo a ridere.
“Ma di che hai paura!” aveva detto “Sei con me.”
Così non avevo più avuto il coraggio di parlare. Ero salita, avevo chiuso gli occhi e mi ero stretta a lui.
Piovosa era una caletta da qualche parte sulla costa dopo Nettuno. Ci trovammo poca gente. L’aria calda e il sole forte accrescevano quel senso di spossatezza che mi portava quasi ad arrendermi. Quello che mi piaceva di Stefano era che non dovevo per forza parlare. Se tacevo c’era comunque pace tra noi, se invece mi agitavo, diventavo aggressiva, non mi urlava contro, e non scappava via. Non che gli facesse piacere, magari mi gettava addosso un gelido “Attenta, non dire niente di cui domani potresti pentirti” , ma in qualche modo questo sembrava bastare ad abbassarmi i toni, e soprattutto, questo a me non appariva come “definitivo”, anziché spaventarmi mi calmavo.
Stefano era un pesce, gli piaceva stare in acqua, esattamente come non piaceva a me. E dovette portarmici di forza, tra le mie grida e movimenti convulsi e tentativi di sgusciare via, sotto gli occhi dei pochi sulla spiaggia che si voltavano curiosi a guardare. Il resto del tempo lo avevamo passato semistorditi dal sole, allungati l’uno accanto all’altro sulla sabbia.
Ci eravamo fermati a cena in una trattoria di mare, sulla strada del ritorno, poi avevamo guidato piano, nel buio, lui avanti io dietro, stretti vicini in un silenzio amico.
sabato 20 marzo 2004
fondamenta
.....eccoci qua....prime parole...dunque.....perchè questo titolo??? perchè poco tempo fa...a ormai quasi 42 anni...ho improvvisamente aperto gli occhi e realizzato che la mia esistenza era stata completamente "sbaraccata"....come quando ti riprometti di andare al circo il sabato...arrivi lì e trovi un campo brullo e spoglio...ogni singolo pezzo...tendone...impalcature....figuranti...tutto scomparso...e io...non mi ero proprio accorta di nulla...forse credevo la mia vita un castello...ma ero in un deserto ed era certamente un miraggio...
....così oggi...dopo un pò di agonia...inizia un nuovo ciclo...si aprono le porte...le finestre...si respira di nuovo...ci si alza in piedi e si comincia a gettar fondamenta...un mattoncino...un altro...un altro ancora...non so costruire..non so cosa costruire...però lo faccio...eccome se lo faccio...
...l'araba fenice risorse...io pure...
Maggie B
....così oggi...dopo un pò di agonia...inizia un nuovo ciclo...si aprono le porte...le finestre...si respira di nuovo...ci si alza in piedi e si comincia a gettar fondamenta...un mattoncino...un altro...un altro ancora...non so costruire..non so cosa costruire...però lo faccio...eccome se lo faccio...
...l'araba fenice risorse...io pure...
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